104 La mattina seguente il nastro ambasciatore andò a visitazione di Sua Maestà; la quale trovata in camera, gli fu detto che aspettasse li, perchè voleva andare a dir una parola al pontefice; ritornato dal quale, volle ancor prima spedire Antonio da Leva che ivi in camera allora si ritrovava; e licenziato questo, restò solo coll’ambasciatore che fu sforzato dall’imperatore a sedere presso di lui: nè volle mai udirlo se non con la berretta in testa. Qui il nostro oratore tra le altre cose disse: che dalla Repubblica gli era stato commesso che, fatti con Sua Maestà gli utlicii di riverenza e di congratulazione per la prospera e felice venula sua in Italia, dovesse esporgli che aveva ricevuto dalla Signoria il mandato di trattare e di concludere pace con Sua Maestà e l’informazione delti capitoli che si tratteranno: ma che essendo differenza fra noi e il pontefice per Ravenna e Cervia, le quali esso pontefice non voleva lasciare con ricognizione ogni anno di un censo, questa Repubblica aveva deliberato ricorrere alla giustizia, bontà ed autorità di Sua Maestà Cesarea, la quale supplicavamo si volesse interporre col supremo poter suo ad acconciare questa differenza; della qual cosa la era per avergli perpetua obbligazione ; affermandogli che in ogni tempo e in ogni luogo gli era stata osservantissima, sebbene per li malvagi tempi passati e per li mali modi usati dai nostri ministri, eravamo stati forse giudicati di contrario animo. L’imperatore rispondendo gli disse, che dovesse in nome suo ringraziare l'illustrissima Signoria dell' ufficio fatto seco. Quanto a Ravenna e Cervia, che egli non sapeva chi avesse ragione sopra di quelle: ma che essendo stato spogliato il pontefice da lei. parevagli convenevole che la Signoria lo investisse di nuovo; al che si aggiungeva l'obbligazione che ha con lui di fare che egli sia intieramente soddisfatto. In risposta di ciò l'oratore disse: * Sire, per le parole di Vostra Maestà io dubito certo che la sia slata