230 razzo; così, preso respiro, trova il coraggio di ricordare i trattali e le basi de’suoi diritti, e di protestare che se la mediazione può accettarsi fra l’impero d’Justria ed il regno di Sardegna, diviene inaccettabile fra V imperatore ed i suoi sudditi. Ora vediamo i nostri amici ■— quegli amici che s’impegnarono a procurarci una pace onorevole, l’indipendenza completa, ad affrancarci. Dei due mediatori, l’uno è infedele per noi, forse nemico attivo, astutissimo : l’altro impacciato, indolente, leggiero, è strascinato senza saperlo fuori dell’orbita del suo medesimo interesse. L’Inghilterra lavora per l’Austria; Francia disse di lavorare per noi — e veramente avrebbe lavorato anche per sè; — ma il latto sta che Francia dal momento in cui strinse solidarietà col gabinetto di S.t James, rinunziò alle vie proprie di dignità politica, acconsentì a ri-labbricare le catene d’Italia, infiorate vanamente con nomi e speranze di rigenerazione. In favore della questione italiana, che è pure francese ed europea, Francia non può che adoperare un sol mezzo — ma ne la distoglie Finterna sua condizione. — Francia, repubblica nuova con una costituente di spirito quasi monarchico, colla reazione della borghesia gretta, paurosa, avara, di quella borghesia che puntellò 47 anni Luigi Filippo, colla perpetua minaccia d’una rivoluzione sociale, Francia collocata fra Faristocrazia dell’oro alienissima dalla guerra per interesse, e la democrazia socialista, alienissima dalla guerra per sistema; trovasi per altri motivi degradata a quella debolezza che sotto Luigi XV la tenne disonorevolmente neutrale, come una potenza di secondo o terzo ordine, in mezzo ai grandi avvenimenti che si compievano in Europa. Può dirsi che per la Francia, tutta assorbita nello studio delle interne condizioni, quasi più non esista politica estera; un discorso di Tliiers o di Considé-rant, un paradosso di Leroux la commuovono più che dieci battaglie di Custoza, e cento armistizii Salasco. Niuno adunque fra i veri o falsi amici nostri è disposto ad impiegare per noi l’argomento vigoroso della clausola sine qua non, e del casus belli. Piegano, transigono: bene inteso che le spese della transazione saranno prelevate sempre sul nostro. Eppure dall’argomento della forza non puossi prescindere. La storia ci attesta che nessuna potenza, e tanto meno l’Austria, mai rinunziò al guadagno dei fatti militari compiuti per solo effetto di trattative, senza la virtù d’altri fatti militari contrarii. Le paci concluse nel gabinetto senza che vi si udisse il vicino o lontano rimbombo dei cannóni, furono sempre la sanzione dell’ ultima battaglia; rinnovarono il grido storico di vae vietisi Oi’a, quella forza che nissuno impiega per noi, l’abbiamo noi stessi? L’avremmo, se uniti, se concordi. Ma noi siamo. Prima di tutto, e senza parlare del re di Napoli che distrugge Costituzioni e città, dell’ imbelle mitrato di Roma, del Granduca approvatole degli atli incomportabili di Leonetto Ciprinni, e vero Arciduca ; noi diremo che al nostro Governo può chiedersi stretto conto dello stato di diffidenza, dì languidezza, di sconforto, d’incipiente anarchia nel quale sprofondò da qualche tempo il paese.