275 COMITATO CENTRALE PER LA CONFEDERAZIONE ITALIANA. Appello ai popoli Italiani per eccitarli a concorrere al prestilo nazionale della Venezia. Quando l’cscrcilo di Carlo Alberto, sopraffatto, abbattuto da rovesci improvvisi, cedeva il terreno all'austriaco per ritirarsi dietro la linea del Ticino; quando tulle le città lombarde, esposte all’avarizia, all’insolenza, alle vendette d’un nemico crudele, soffocavano nel silenzio l’impotente sdegno, Venezia sola, abbandonata a sè stessa, restava maestosa e impavida suite sue lagune a ricordare al Tedesco che gl’italiani erano stali battuti, ma non vinti. Non valse a sgomentarla quella tregua malaugurata, che lei, esausta di danaro e povera d’uomini, privava d’ogni speranza di soccorso. E resisteva e resiste tuttavia, ultimo propugnacolo della nostra indipendenza. Ma ormai è all’estremo di sua possa, e per poco ancora sta per mandare l’ultimo anelito di libertà, se le fallisce, non il coraggio che non può fallirle, ma la forza, il denaro. Non per questo dispera la città magnanima; perchè il suo diritto è santo, inviolabile; perchè le antichissime glorie, che la fecero ammirata per tanti secoli da tutta Europa, la confortano alla costanza contro l’infortunio, e i più verdi allori, ond’ò benemerita c cara questa nostra Italia, le ispirano la fiducia del soccorso; perchè gl’italiani tulli fremono alle sue sciagure e vogliono il suo trionfo. Or dunque quel governo provvisorio ha già annunziato che si apre un prestito di dieci milioni di lire italiane, per sostenere la difesa della ciltà e l’insurrezione delle provincie lombardo-venete: e noi mancheremmo al nostro programma, all’insegna nostra, se non ci facessimo a confortare gli abitanti della penisola a risponder pronti all’aspettazione dell’eroica citlà. lì veramente, più che al bisogno di raccomandare, noi riguardiamo al debito nostro; perocché non ci prende timore che possa esservi una sola anima italiana, la quale non si commuova all’appello ed alle angosce di un popolo, che vede minacciata, appena riavutala, la propria indipendenza. Ma la causa di Venezia è la causa di tutta Italia; per cui la sovvenzione, che a voi si domanda, o Italiani, è un tributo che non è lecito ricusare alla patria. E ci par degno anzi di voi che, alle misurate azioni onde si divide il prestito, seguano spontanei i doni; i quali, se aprirete registri di soscrizioni, non dubitiamo che siano per riuscire larghi e numerosi. — Vedrà cosi l’Europa non essere spezzati i santi vincoli che univano le ciltà italiane, se comuni sono ancora fra loro le speranze, i bisogni, le prosperità, gl’inforlunii. Apprenderà il Tedesco a sua disperazione, che quegli Italiani, che dall’Alpi alla Sicilia si risguardano come figli deU’animosa Venezia, quegli Italiani hanno una patria comune; quegl Italiani sono una nazione. Torino 26 settembre 1848. Letto ed approvalo per la stampa nell’adunanza del 28 settembre. Torino 28 settembre 1848. Il vice-presidente del Comitato centrale Generale Paolo Bacchia. Freschi dott. Francesco segretario. Giuseppe Borsari di Parma, relatore.