304 tessi, nelle presenti miserie del popolo di Parigi, sperarne di molto, ina pure per segno d’afTetto e per tener vivo il nome e la pietà di Venezia. Alle mie preghiere Giampietro Vieusseux, amico mio, iniziò in Toscana la colletta che lu per le calde raccomandazioni del ministro Guerrazzi continuata, e ch’è vincolo di carità tra due popoli de’più anticamente civili d’Italia. Da quel gran centro delle cose politiche ch’è Parigi mi cadeva poter comprendere con lo sguardo, meglio che in Italia stesso, le cose italiane. Ed appunto perch’io le giudicavo non alla spicciolala ma nell’intero, raffrontandole allo stato e alle disposizioni del resto d’Europa, parve ch’io sognassi a taluni non bene avveduti dell’imminente avvenire. Manifestai, come scrittore, i privati miei sentimenti, dalla cui professione venne onore a me ed a Venezia neH’opinione de’saggi e de’governanti, ma come inviato di Venezia non uscii de’miei limili. Pregavo che i moti delIMlalia inedia fossero occasione alla Francia di ricomporre liberalmente, con mediazione pacifica ma imperiosa ed urgente, le cose d’Italia tutta; pregavo che Pio IX. fosse invitato sul suolo di Francia, dove, respirando aria libera, egli avrebbe infuso vigore novello e nei proprio spirito e in quel della Chiesa. Pregavo il buono arcivescovo di Parigi a preparargli soggiorno franco dalla protezione e dal salario, sempre pericoloso al sacerdozio, de’ governanti per pii e generosi che siano. Il mio concetto fu, come accade, impiccolito per via: di qui venne la collctta a prò’ del Pontefice, invitanti tutt’i vescovi, aperta; nella quale, siccome in guarentigia di libertà, io intendevo dovesse aver parte la chiesa e la nazione di Francia. Con parecchi inviali d’altre parti d’Italia serbai, quanto la differenza delle uoslre condizioni portava, corrispondenza fraterna; disposto a operare, nelle cose di decoro comune, d’accordo con essi. Con l’inviato d’Ungheria, uno de’più lodali oratori del loro consiglio, ebbi, intorno alle utilità comuni nostre, a discorrere lungamente; sul quale argomento, perchè molte sono le opinioni non conformi ai fatti e in Italia, ed in Francia, io vi chieggo, o cittadini, licenza di potermi fermare alcun poco. Grave sbaglio dell’animosa Ungheria, fu nel marzo del passato anno, quando i nobili cedettero al resto deila propria nazione con avveduta liberalità i già conlesi diritti, grave sbaglio si fu il non curare i richiami delle genti slave nel regno ungarico contenute, e voler pure che la lingua politica fosse tuttavia l’ungherese. Gli Slavi ne adontarono, e l’Austria, come suole, fece strumento a sè que’rancori per abbattere gli Ungheresi, pronta a servirsi un giorno degli Ungheresi e a rialzarli ella stessa da terra, se mai gli Slavi vittoriosi le facessero maggiore paura. Io desiderai fin dal primo che Ungheresi, Slavi, Italiani, invece di distruggersi a vicenda in servigio del comune nemieo, s’inlendessero a condizioni tollerabili, e lasciassero l’Austria sola perire. Se non che, gli Ungheresi, sprezzando gli Slavi, usavano il nome dell’impero per farsene arme conir’essi; gli Slavi usavano e usano il nome deli’impero anch’eglino, come arme da nuocere all'ungherese oppressore. Gl’Italiani si credono aver compiuto il debito loro odiando e ¿¡sprezzando gli Slavi, senza curar di vedere come potrebbero amicamente e generosamente cospirare con quelli. E l’Austria intanto fa suo prò’ dei reciprochi nostri disprezzi; e siccome