187 «z=- insegnamento. Noi ci contentiamo di notare, che erra chi crede che il governo volesse ignorante c vizioso il popolo della città per poterlo dominare più sicuramente. Possiamo con franchezza asserire il contrario, e asserire possiamo, che anche nell’ ultimo secolo era nel popolo religione, morale, severità di costumi, la tabe venula da oltremonte non avendo penetrato nelle minori ed infime classi. E a che prò il governo volere ignorante e vizioso un popolo dal quale era sinceramente amato? E che fosse amato, lo provava il fervore che il popolo mostrava, quando il sacerdote innanzi a Dio nel Sagramento pregava Maria che difendesse la repubblica da ogni avversità ; e lo provò, quando nel giorno in cui fu richiamato alle sue antiche ragioni per inganno di Francia, voleva sostenere il reggimento al quale s’era abituato obbedire. Non si creda che amore soverchio di municipio e di condizione ci muova a dettare queste parole. Ci vergogneremmo di noi medesimi, se cosiffatta accusa credessimo meritare. Noi non abbiamo celalo, non celiamo, che dopo la guerra di Morea furono i maggiorenti, che mancarono a governare i sentimenti generosi del popolo : il popolo sarebbe stalo sempre pronto ad ogni sacrifizio. Cosi non vogliamo celare, che si perdonava di leggieri alle risse subite del popolo, ma erano personali, non causa di subugli pubblici. Un solo esempio di moto popolare accadde poi che fu stabilita l’aristocrazia ereditaria; e poiché ci tocca da presso, lo noteremo senza esitazione e reticenza. Morto nell’anno 1676 Nicolò Sagredo doge, la voce comune designava a succedergli Giovanni Sagredo, cavaliere e procuratore di san Marco, uomo d’ insigni talenti, al quale 1’ aver prestati utili servigi al paese, 1’ aver difeso il Morosini poiché cedette Candia, avea dato gran nome. Tanto parve sicura l’elezione, che gli amici, i congiunti, i clienti a gara si affollavano nella sua casa per felicitamelo. Giovanni Sagredo non era punto fratello del doge Nicolò, siccome lo vuole il Darù, non gli era nemmeno congiunto. Dopo le solite formalità per la elezione del doge, si arrivò all’ ultima pratica del determinare i quarantuno elettori ; si scelsero, e fra questi,