E un inno pronunciar di grazie adorno^ Un di que’, di cui tutta Italia echeggia, E a festeggiar l’orrevole ritorno La tarda niente, che fra tanti ondeggia Pentimenti, e ripulse, un monumento Pur v’alzerebbe in non caduco accento. 111. Partia da Berga quella schiera ardita Che la penna, o la marra, od il martello Deposti, e come l’occasione invita, L’armi brandite, si facea scabello Al franco piè di Libertà tradita Colle frante catene, e al vile augello, Già percosso alle teste oppresso, e scemo Di forze, meditava il colpo estremo. IV. Fervea la pugna, e le più ardite prove Ogni novello eroe tornava in luce Dei padri suoi, per cui l’Italia muove Invidia tal, che il tempo anco n’adduce De’Scipioni le gesta, e si commuove L’alma depressa ahi quanto ! e si riduce L’alternar delle idee quasi al vaneggio, E volendo dir meglio, i’ dico il peggio. Y. Quand’ecco al varco di que’calli angusti Cui fan ale due poggi, e in cui s’addentra La prode armata oltramontani ingiusti, Spogliate le divise, a cui subentra Il villeresco saio, i nostri augusti Simulando fratelli, u’più s’accentra Dei fidenti la calca, e sassi, e palle Aggravali sulle laccie, e sulle spalle. VI. Chi ridir puote lo scompiglio, il lutto Che il tradimento d’ognintorno manda? Chi tanto scempio, onde n’andria distrutto Drappel sì forte, cui nessun comanda? Chi de’cannoni l’adoprar ridutto A stremo d’esca, sì che ardita banda Ceduto avrìa, se non regnasse un PIO, Cui nulla niega de’Campioni il Dio! VII. Offre in trenta gucrrier sua spoglia opima L’inonorata impresa, e in ceppi stretti, Orribil cenno il reo tiranno intima Che a presentar li danna i (orti petti A nefando bersaglio; e qui la rima