IL FOLKLORE E IL d’aNNUNZIO •39 1’ olio sparso, quasi sacro crisma profanato, hanno prodotto 1’ effetto. Con la loro triplice nefasta potenza hanno condotto al misfatto più atroce, condurranno alla più dura espiazione. Il fato incombe e s’ adempie. L’atto terzo è una conseguenza necessaria e inevitabile. In esso il presagio si attua, secondo la legge inesorabile del fato. Reo è Aligi, che dovrebbe scontare la sua colpa, e invece paga, sul rogo, il fio l’innocente Mila, rea di avere interrotta e contaminata la cerimonia nuziale, di aver lasciata spegnere la lampada, di avere rotto l’utello e sparso l’olio in terra: annunzi di sciagure. Aveva Ornella chiusa la porta, il giorno del matrimonio, aveva sciolto Aligi il giorno del parricidio, e, a parere di Anna di Bova, aveva, per questo, la mala ventura con sé; invece ella esce immune da ogni pena e vede salvo il fratello, perché i suoi atti non sono di quelli che apportano danni e sciagure. Tutti i personaggi del dramma vedono mutata in bene la loro sorte, perché non hanno peccato contro le leggi del maleficio ; solo Mila che lo ha sfidato, es’è comportata in modo da meritare, secondo le leggi magiche e jettatorie, la pena più grave e tremenda, solo essa l’incontra. Fato e maleficio dominano l’intero dramma. Il D’Annunzio, insomma, ha innalzato il pregiudizio alla funzione che esercitava il fato nelle tragedie dei Greci: una bassa e stolta credenza