PAOLO DE BEENARDO E I PRIMORDI DELL’UMANESIMO IN VENEZIA 133 ne zia partecipi con forze proprie e con caratteristiche sue a un movimento che non era più di poche città, ma che andava estendendosi a tutta Italia. VII “ Libelli in armariolo Gli autori classici. Poche vestigia abbiamo degli « aliquot libelli » di Paolo de Bernardo, ch’egli, lontano a Negroponte, aveva lasciati a casa « nel-l’armadietto, sacro a quell’ufficio », per timore: quei libri nei quali 10 immaginiamo assorto, nella sua veste d’uomo di legge, sia nelle tranquille stanze specchiantisi nel canale di S. Polo, sia nella dimora di Treviso, che sentiva gli effluvi, non più del salso, ma della campagna, a cercar consolazione e sapienza. Ma anche nell’ufficio all’ isola lontana lo aveva seguito « Macrobius De saturnalibus, et secum eadem cela inclusus Apulegius De aureo asino. Alter est Romani eloquii princeps Tullius Cicero in aliquot eius operibus scriptis manu propria.... » (Ep. 26). Nella tranquillità invernale, a Treviso, nel 1374, durante la lettura degli autori lo aveva colto la lunga epistola dell’amico Giangirolamo Natali, che gli annunziava di aver copiato del tutto il suo De viris illusiribus (ps. Plinio?) e in parte 11 De originibus rerum (Da Pastrengo?): « non reddarn tibi nisi prius copia sumpta : utor apud te totis viribus amicicie » (Ep. 18). All’amico lungamente rispondeva il Nostro, facendo punto: « cum ad Titulivium necnon Episiulas Senece immiserim animum, egre patior ab ipsis divelli ! » (Ep. (9). Due anni prima testando l’amico Ga-sparino Favacio, a Treviso lo stesso, gli aveva lasciati « Augii-stinum ....De civitate Dei et Isidorum Ethimologiarum » e « duos alios libros quos eligere voluerit » (VII), che non sappiamo però quando abbia avuti. Così Paolo lasciava a Marco Raffanelli « Terrencium,.... librum bonum et singularem », perchè lo tenga e lo lasci a persona amorosa. Per gli altri che avrà avuto, siamo costretti a ricorrere alle citazioni : nella sua giovinezza, egli ricorda, « converti aciem ad Virgilium et Lucanum », che furono i suoi primi maestri (Ep. 6); nelle lettere, oltre i già accennati, cita o trae passi da Catullo, Orazio (Epist. A. p. Sai.), Tibullo, Persio, Giovenale, Ovidio (Meth. Her. Tr. Fast, ecc.), Stazio ( Theb. Ach.), Valerio Massimo, Cicerone nel