— 78 — la lingua per Dante, più che un’operazione arbitraria e personale, è fonte di certezza e di autorità, specchio del costume di cui riflette i più puri aspetti e le migliori tradizioni. E il servirsi di questo strumento, che è il linguaggio, è per lui quasi un ufficio sacerdotale. Non per nulla la sua prima polemica contro il secolo corrotto e corruttore, la più appassionata, doveva riguardare questioni di lingua e di poesia. E lo scolaro di Aristotile, ingegnosissimo lambiccatore di etimi, non meno scolastico e dogmatico come filologo che come uomo di fede, portava in queste materie, col suo orgoglio dottorale e un veemente spirito d’irrisione contro « li miseri volgari », qualche cosa di quella sempiterna magnanimità aristotelica in cui sembra specchiarsi il fasto di una civiltà ricca, cortese e pacifica, giunta al sommo del suo splendore. Possiamo affermare, senza enfasi, che quella