CAPITOLO QUINTO la notizia che sarebbe venuto a Roma il Procuratore Foscarini, ma solo per dare l’ultimo tocco alla questione del Decreto che Venezia ormai considerava finita. Il Cardinale ne parlò al Papa, e, come era naturale, questi doveva mostrarsi ben lieto di siffatte notizie e pronto ad accogliere l’Ambasciatore straordinario. Ma poiché seppe l’indomani che la Serenissima persisteva nel non ammettere le condizioni, che egli aveva proposto, era ben chiaro che il gaudio pontificio si tramutasse in tristezza e che il Papa tornasse al primitivo proposito. Quanto poi al Sacro Collegio, nessuno dei suoi membri era stato interrogato (1). Del resto che non esistesse alcun motivo per allontanare il Capello da Roma, lo attestava apertamente il Pontefice nella lettera al Nunzio Branciforti dicendo quell’Ambasciatore veneto uomo destro e svelto, ma integro e molto attaccato al suo principe, per il quale aveva alacremente lavorato, fino al punto di riuscire a trattenere le rigorose misure del Papa e della Congregazione Cardinalizia. Il Papa però, riconoscendo il pieno diritto della Repubblica al richiamo ed alla sostituzione del suo Rappresentante, non volle in alcun modo porre ostacoli: anzi credette opportuno dissimulare il suo dispiacere per la partenza del Capello, facendo sapere che « aveva accolto con vero gradimento il nuovo contrassegno di attenzione verso la Santa Sede praticato dalla Serenissima con la notizia datale di aver permesso a questo signor Ambasciatore di restituirsi alla patria e di aver nel tempo stesso sollecitata la mossa a questa volta del signor Ambasciatore Correr » (2). Da Vienna infatti Venezia trasferiva a Roma il Correr e gli sostituiva presso l’imperatrice, il Ruzzini. (1) Arch. Vaticano, Nunz. Venezia, voi. 218, c. 250 e segg., 30 aprile 1757, e voi. 322, c. 218, 7 maggio 1757. (2) Arch. Vaticano, Nunz. Venezia, voi. 322, c. 221, 7 maggio 1757, e Arch. Stato Venezia, Esposiz. Roma, secr. 51, coll. III-R, 12 maggio 1757. Il Correr non fu certo molto contento tanto che egli era incerto, agitato, irresoluto se accettare o meno l’ambasciata aspirando egli al bailaggio di Costantinopoli. In data 10 luglio 1756 la moglie Maria Querini Correr gli scrisse in termini affettuosi, persuadendo a non rifiutare l’ambasciata di Roma, il 21 luglio tornò a scrivergli e pare che fosse mossa anche dal pungolo rlell’ambizione: « il bailaggio, il coleggio e ogni cosa ne anderebbe in seguito e dopo tre anni di bando, il vostro nome non sarebbe più ricordato. Vostro figlio, la vostra famiglia ne restarebbe pregiudicata con — 188 —