origine alla famiglia Badoara o Partecipazia ; e sin dall’ 854 Romana della stessa famiglia, in cui potestà era venuta la ehiesa, fondava vicino ad essa un monastero di monache benedettine di cui fu la prima abadessa. A questo monastero furono aggiunte le abitazioni di alcuni monaci, che assistevano le suore nella celebrazione dei divini uffici, uso durato a lungo in Venezia non ostante le molte disposizioni ecclesiastiche ad esso contrarie. La chiesa fu distrutta l’anno 4105 da un terribile incendio, che consumò pure le case vicine. E ignoto chi si abbia il merito di avere restaurate le une e le altre ; ben sappiamo che del 1592 1’ abadessa Paola Priuli, sorella del Patriarca Lorenzo Priuli, la fece febbricare nell’ attuale magnifica forma quadrilatera, divisa in due parti ; 1’ una esteriore per il popolo, e l’altra interiore per le monache, sul modello di s. Simeone Profeta. Il tempio fu ridotto al suo compimento in dieci anni colla spesa di 47,949 ducati, contribuiti in gran parte da sette sorelle di nobile nazione. Avea sette altari, che furono 1’ anno 4840 venduti tutti, essendo stato in quella occasione chiuso il tempio e soppresso il monastero, ma non 1’ aitar maggiore , opera di Girolamo Campagna, innalzato sotto il governo dell’ abadessa Andrianna Contarmi dal 4015 al 4048, il quale ha fama del più bello altare d’Italia. Quelli che sorgono di presente son dovuti alle cure del pio rettore don Daniele Canal. Nella chiesa è sepolto Domenico Malipiero illustre soldato, e scrittore dei pregiatissimi Diarii intorno ai fatti veneziani dal 4467 fino al cominciare del XVI. L’ anno 4817 il convento di s. Lorenzo fu ridotto a casa d’Industria e a vantaggio de’ ricovrati si aperse la chiesa annessa. L’ antica chiesa di s. Lorenzo aveva tre navate sovra colonne di fino marmo , una sotto-confessione assai bella, ed il piano più basso di due gradini dell’ antiportico, sotto il quale erano le sepolture dei cappellani della chiesa di s. Severo, e quella di Nicolò Polo. Quando si scavarono le fondamenta per rinnovare la chiesa furono trovate due grandi giare piene di monete d’ oro impresse di caratteri arabi e taluna della grandezza di due zecchini. Allora corse opinione quelle monete spettassero alla famiglia jVlichièl, e facessero parte della preda che i dogi Domenico e Vitale portarono da Tiro verso il principio del secolo XII. Non ne esistevano che due a’ giorni di Flaminio Cornaro, e di esse e’ci diede la incisione e ne spiegò le epigrafi. Essendo stata recentemente ristabilita in Venezia la famiglia