dri nel 1382. Non so, ¡lice il Gallicciolli, se in quell’ occasione, o se quando si edificarono le Procuratie vecchie, siansi formati certi archi che sono sotterra, come a’ nostri giorni si scoperse, lavorando sotto una colonna che si era inchinata. Nel 1722 fu lastricata a disegno da Andrea Tirali. Questa piazza è lunga metri -175, 70; larga dall’angolo della Libreria alla torre dell’ orinolo metri 82, e dalla estremità delle Procuratie nuove, presso la Fabbrica Nuova, all’estremità delle Procuratie vecchie, metri 56, 50. In questa piazza 1’ architettura è rappresentata dalle opere di otto secoli: quivi dopo le orientali e le gotiche, le opere dei Bergamaschi, dei Lombardi, dei Sansovini e degli Seamozzi. Nella varietà delle forme nessuna confusione, ma indefinibile armonia, ma incanto da scena (*). Essa sola basterebbe a far famosa una città, e a far conoscere quanta potenza, quanta ricchezza e quanta civiltà dovessero avere coloro che così magnificamente 1’ ornarono. Ma anche la storia ha in essa il suo libro spiegato : ricorda commercio, principi, magistrature, aristocrazia, leggi, arti, trionfi, sconfitte, dolori, pene, sventure, abusi, vizii e virtù famose, costumi, feste, giuochi, partiti, religione, sommosse, commistione di popoli, dominazioni forastiere, vecchie istituzioni ruinate, e che nessuna cosa è eterna. Diremo qualche cosa sulle principali feste che si facevano in questa piazza. Il doge, appena eletto, veniva portato dagli Arsenalotti nella sua sedia gestatoria a farsi riconoscere dal popolo accalcato nella piazza, e gittava danari. Se molti benedicevano a Sebastiano Ziani, che avea introdotto quest^ultiino uso, anche molti maledicevano all’avidità propria o all’altrui. Nel giovedì grasso alla presenza di popolo infinito si tagliava la lesta ad un toro,e si squartavano dieci maiali: il toro rappresentava il patriarca d’Aquileia Ulrico,che nel -1162 assalita e presa la città di Grado, n’era stato spossessato dal doge Vitale II Michie], e fatto prigioniero con dodici canonici ed altri principali friulani.Per riscattarsi dovette promettere di mandar ogni anno alla Repubblica un toro e dodici maiali, a perpetuare l’ignominia della sua ribellione e della sua sconfitta. Sotto il ducato di (*) Il Petrarca, nella terza Epistola del quarto delle Senili : platea cui ne-scio an terrarum orbis parem habeat. E a’ suoi tempi non v’ era che la sola chiesa, il Palazzo ducale, il campanile e lo spedale di S. Marco.