124 Novi schizzi dall’ Adria nel loro convento e di servire la chiesa, 1’ affittavano ai-mercanti, che s’ erano poi portati via persino la campana maggiore. Si badi : col patrono dei naviganti il popolo-voleva restare in buona armonia4), ma non poteva andare più oltre coi sacrifici. « Chi serve l’altare viva dell’altare », dice S. Paolo. Ma l’altare di S. Nicolò non rendeva più, la sua santità se n’ era ita ed i suoi sacerdoti non trovarono difficoltà di far denaro per altra Via. Internandosi nelle anguste strade di Parenzo, l’osservatore s'imbatte ad ogni pie’ sospinto nei ricordi medievali : Queste piccole città si pascono già da lungo tempo di memorie. In vero, fino agli ultimi giorni della Repubblica si combatteva la giostra del Sarazino, testa di moro contro cui s’assestavano i colpi dei lottatori, ed ancora adesso è una specialità degli orefici di Fiume il lavorare a smalto delle teste di moro a ricordo delle zuffe coi Saraceni. A Parenzo la giostra era una festa popolare di cui s’ha una descrizione che risale al 1745 2). Allora era patrono della festa « Sua Eccelenza Andrea Dona capo di mare. Yi prendevano parte otto giostratori con padrini a cavallo. Presso alla città, sulla Piva del mare, il popolo accorreva in folla dietro i sedili del campo e sul mare gli schifi e le galere rigurgitavano di spettatori in parte anche mascherati. Circondata da donne e da una corona di fanciulle, troneggiava la regina della festa, la bella Barbaro. Cento soldati coi loro ufficiali avevano l’incarico d’impedire qualunque disturbo. Al vincitore della giostra s’assegnava come premio un paio di pistole lavorate artisticamente. Come a Capodistria, cosi anche a Parenzo, le case di stile gotico veneziano sono frequenti, ma fra tutte ve n’è 1) Atti e memorie della Soc. isti1. 1897. Pag. 151. 2) G. Vatova. Una giostra a Parenzo. 1890.