L’ ORA DI TRIESTE taccio. Tanto, se l’Italia non si muove, non m’importa affatto se anche mi faccio ammazzare per l’Austria. Vivere in un’Italia vile non potrei; nella regione nostra più oppressa, più avvilita non vorrei: meglio la morte che l’onta o la schiavitù >. L’Italia del 1914 non aveva orecchie per i sentimentali. Eppure che altro può rimanere di vivo nella Venezia Giulia, nel Trentino, estenuati impoveriti, avviliti, se non questo fondo di sentimento tenace che l’Austria non è riuscita a disperdere nei suoi reggimenti, a cacciare tutto in esilio? Anche dopo aver tolte agli Italiani tutte le loro energie più giovani ed attive, anche sotto la minaccia delle armi rivolte contro la città, il sentimento italiano di Trieste ha sussulti di vita. Il 2 dicembre - sessantesimo sesto anniversario dell’avvento dell’ Imperatore al trono - il Governo impose anche a Trieste « la festa del soldato»: una pubblica colletta per offrire ai soldati al campo doni di Natale. Collettrici a Trieste sono state quattrocento ragazze figlie d’impiegati dello Stato, slave o tedesche : cavalieri delle signorine oscuri gentiluomini opportunamente scelti tra i più robusti e di faccia più persuasiva. Avendo molti evitato di incontrarli a passeggio per le strade, gli imperiali e regi questuanti hanno fatte magre collette. Anche nelle botteghe, dove più difficile era negare l’obolo all’ambigua questua. La mattina, al momento di aprire, tutti i negozianti avevano trovato un cartellino, affisso nella notte non ostante le pattuglie di ronda: « I nostri fratelli dei reggimenti 7, 27, 97 sono stati trucidati in Galizia. La storia la saprete poi. Ora chiedono l’obolo per gli altri. Negate l’obolo agli assassini». Pochi giorni avanti, di prima mattina i passanti per la riva che alzarono gli occhi verso il colle videro sulla torre di San Giusto sventolare il tricolore. Alla stessa ora sull’albero del — 157 —