— 311 — LXII. Firenze, li 11 Novembre 1860. Preg.mo Dottore, Ricevo la sua del 10 corr. Quanto scrissi al Prefetto scrivo a Lei, perchè invero io non mi rifugio sotto alcun velo diplomatico. Io non posso fornire quattrini, perchè la Finanza m’è soggetta in quanto determina il Bilancio. Non posso disporre d’equipaggiamenti, perchè questi pure dipendono dal ministero della guerra. Dispongo di alcuni fucili, e in quanto ho dichiarato in proposito ho dato solenne attestato di quanto io farei se disponessi di tutto. E in questo vengo eziandio a provare quali siano gl’ intendimenti miei sul tema intorno cui Ella mi scrive. Io dissi al Baldini, dissi al Fantelli, ho scritto al Pe-poli: poiché si è cominciato ad accettare dai francesi la loro occupazione armata, si seguiti, ma se vengono papalini si resista e si battano, se i francesi si ritirano e restano papalini, si scaccino, non si dia tregua un minuto, quando sono di loro, stemmi, armi del Papa si abbattano, si abbrucino, e davanti ai Francesi, pure astenendosi da atti violenti, non vi sia che un atto civile per denotare a sazietà quanto si vuole, e si vorrà sempre, cioè non più saperne del governo dei preti. Questo dissi e dirò sempre, adagio e forte, a tutti. Ma io non posso far quello che il Governatore della Toscana non può fare, anche perchè la Provincia di Viterbo è parte dell’ Umbria, e perciò parmi, anzi è così che dev’essere, che quel Commissario abbia a rappre-