— 467 — Ho pure parlato col signor Crispi, il quale invitommi a recarmi in Genova per trattare ed intendermi co’ miei amici. Declinai con un pretesto lo invito, perocché a me non sembri onesto investigare intenzioni e di-visamenti, cui assai difficilmente avrei potuto associarmi. La pubblica opinione anche in questa calma Torino è molto allarmata. Si aspettano con ansia trepidante notizie di Sicilia, che giungono tarde ed inesatte. Il governo si tace, e col suo silenzio aggiunge forza all’angoscia del dubbio. Il signor Rattazzi mostrasi assai preoccupato della gravissima situazione. Ma povero di mente e di cuore, in sospetto e in ispregio alla universa nazione, con la coscienza e il rimorso' di un funesto passato, col presentimento e la paura di più funesto avvenire, nè ha la sapienza di trarre il paese dal mal passo in cui l’ha gittato, nè la generosità di deporsi. Vi ha nondimeno chi si affida, che egli saprà giovarsi del presente stato di cose per sciogliere la qui-stione romana. Altri meno confidenti e più timidi sospingono il pensiero sino a un colpo di stato. Speranze e timori sembranmi esagerati del pari. Rattazzi non avrà mai nè l’audacia di Polignac, nè la energia di Pier Capponi. Lascio al sapiente giudizio di Vostra Eccellenza lo apprezzamento dei diversi pareri, cui mi permisi di esporle. Io ignoro se Ella consenta nella sentenza dei signori Silvestrelli e Bianchi. Quanto a me ed agli amici miei null’altro adopreremo che quello cui 1’ Eccellenza Vostra avviserà più opportuno ed utile alla nostra cara patria.