— 115 — governo, con sede in Firenze, e che avrebbe dovuto esser diretto dal SBon Compagni, qual delegato del Principe di Carignano, l’amministrazione di tutte le regioni insorte. Re Vittorio non aveva potuto per le opposizioni diplomatiche accettare senz’altro il voto d’annessione : per la stessa ragione avea dovuto rifiutar l’ufficio di Reggente il Carignano. Ora poiché s’incominciava di già a designar la tendenza a rispettare il fatto compiuto, nulla di più facile che un Congresso convalidasse l’unione, sia pur provvisoria, delle regioni dell’ Italia centrale 1 : e quindi pericoloso l’accoglier la proposta. favorirla, domandò a Bastogi, incaricato delle trattative, delle garanzie ipotecarie. Il Bastogi gli offerse ipoteca sul David di Michelangiolo e sul Campanile di Giotto! (Gotti, Vita, p. 325). 1 E il Bianchi N., op. cit., p. 184: Per Ricasoli l’unione degli stati insorti costituiva atto di separazione dal Piemonte e d’avviamento al regno dell’ Italia centrale, d’onde la sua incrollabile resistenza all’unione. Al conte Gioachino Pepoli, il giorno dopo l’armistizio di Villafranca, Napoleone III disse di non collegare la causa delle Romagne con quella della Toscana, essendo questa in condizioni politiche molti più difficili.... E soggiunse: « Se l’annessione valicasse le Alpi, l’unità d’ Italia sarebbe fatta, ed io non voglio unità, ma soltanto 1’ indipendenza, giacché quella mi creerebbe dei pericoli interni per la questione di Roma e la Francia non vedrebbe con piacere sorgere al suo fianco una grande nazione che potesse diminuire la propria influenza ». Allora il Pepoli, inchinato riverentemente 1’ Imperatore, gli rispose sorridendo: « E noi faremo di tutto per restare uniti.... o ci salveremo tutti, o periremo tutti ». (V. Il Risorgimento Italiano, Vallardi, Milano, voi. Ili, p. 379 in biografìa del Conte G. Pepoli).