— 358 — Se Ricasoli, Peruzzi, Puccioni ed altri avessero ben compresa la necessità, alla caduta della Destra, di conquistare il potere per svolgere il loro programma, io ritengo che ben differenti per la fortuna d’Italia sarebbero state le conseguenze della crisi parlamentare. Invero essi avevan constatata la deficienza d’indirizzo seguito dagli uomini di quella parte, reggenti, può dirsi, da un quindicennio il governo, la necessità d’un diverso procedere, coll’avvicen-damento dei partiti, anche per rompere le clientele e le tradizionali consuetudini dominanti, e veduto che molti dei deputati materialmente vicini a loro nell’aula, erano concordi con loro nella critica e nel programma da sostenersi, colla formazione d’un partito del centro, che avrebbe contrastato gli altri di destra e di sinistra pura, e retto il governo senza troppe grandi scosse. Questo e non altro il movente dei dissidenti, i quali, come giustamente notò il Puccioni nel principio del suo famoso discorso pronunziato il 18 marzo 1876, non eran tutti toscani, come non tutti i toscani eran dissidenti. Da tal premessa ne conseguiva la logica conseguenza che essi avreb- in leggi, e colui le cui idee possono divenir leggi deve poterle eseguire, cioè poter prendere le redini e le responsabilità del governo ». Singolare poi la pretesa nel 1859 di esser ministro per due meni, come scrive al fratello l’8 maggio (p. 17).