vare l’elogio più sincero al grande Recanatese, e più di lui nessuno ad ammirarne « la copia eletta delle vecchie memorie filologiche rinfrescate da cert’aria di studiata peregrinità ; e l’arguzia dell’ingegno non senza un sentore degli spiriti greci ». E sapeva rilevare come « i sentimenti retti e generosi che pur da quelle ornate imprecazioni traspaiono, le smentiscono nobilmente ». Ma se aveva dovuto avversare il Leopardi lo fece con risolutezza, dimostrando « persuasione profonda, libera sincerità » ; mentre respingeva con sdegno quanti gli addebitavano delle atroci parole rivoltegli, e si doleva poi di certe «delazioni crudeli» de’ proprii giudizi espressi in privato e tranquillamente, ed annunzianti al poeta sue immaginarie « minaccie di guerra da nuocere pubblicamente al suo nome, così lacerando quell’ anima abbastanza piagata ». Il Nostro pur non essendo animato da alcun livore, poteva rendersene talvolta sospetto per quel suo ardore alla lotta che sembrava dettata da astii personali, quando invece non lo moveva che uno spirito missionico, però non disgiunto da un temperamento vivacissimo sì da farlo spesso sembrare quasi un indemoniato. Ed egli stesso confessa questo suo difetto : « Il demone della critica so- — 64 —