mente indignato, dimenticava però i suoi manzoniani e gl’impeti suoi d’ira che nella polemica o nella vita privata potevano eccellere, talvolta, pur su quelli celebri del conterraneo del Nostro, S. Girolamo, il quale, tra l’altro, pareva scusarsene come di colpa non sua : Parce mihi Domine, quia Dalmata sum. Se non dovesse perciò sembrar un’attenuante per il Nostro l’ardenza atavica del sangue, parrebbe dovergli fare un merito questa sua azione, non già contro l’infelice Poeta, ma contro ogni languido od accorato sentimento fatto per deprimere quella forza edificante, la città sua futura del vero e del bello : l’amore. Ai lamentosi interrogativi del « pastore errante per l’Asia », per la cenere di que’ deserti che pur davano ne’ campi fioriti per il suo gregge, risponde il monito del forte Dalmata : « Non potete voi essere contento ? Dite ; mi contento : e finitela. Facciamo come il soldato che piglia la pioggia sopra di sè ma difende l’acciarino del suo fucile : salviamo dalla fredda acqua l’affetto ; del rimanente sia che può ». — 66 —