L’IMPERATRICE DEI BALCANI E penoso il servir, ma i gran signori E specie un prence, insopportabil peso. L’odi a volte gridar: servo, il destriero Sollecito m’adduci, e detto questo, Di qua, di là, senza ristar, ti manda, Nè sa pur ei quel che bramar vorrìa. E ben facile a lui, che a suo bell’agio Darsi or gode ai piaceri, ora alle lotte; Nondimeno ravvisi in lui l’eroe Sempre incurante della vita, e dove E maggiore il periglio, ivi fermarsi Imperturbato. Giunto a un fiume in riva, Vi sospinge il corsier, per dirupati Salti tien dietro alla camozza; i raggi Punto del sol non cura a mezza estate, Nè del verno il rigor. Sotto la pioggia, Quando a torrenti si riversa, allegro Sostar gli piace, per volar, nell’ora Che la notte è più fosca, ai dolci amplessi Di qualche bella, che al veron l’attende Sospirando d’amor, mentre disdegna Seder nel crocchio di fidati amici In ben adorna, risplendente sala. In quel giovane cuor tale si accende Vivida fiamma, che lo spinge a tutto Senza raccor dell’alma ardita il freno. UGLESCIA Come son dall’infanzia i nostri prenci Usi la seta a lacerar, dell’oro — 80 —