Ciò che mi ha detto Zaglul pascià. Cairo, agosto 1921. Il grande pubblico italiano, sebbene assorto dalla discussione delle questioni interne, non avrà certo dimenticato Zaglul pascià, l’eroe dell’indipendenza egiziana. Entro quarant’anni di lotte feroci, malgrado le difficoltà, gli scoraggiamenti, le diserzioni quest’ uomo tenne testa all’Inghilterra; e quando, pochi mesi or sono, egli presiedeva la delegazione egiziana a Londra, credette per un momento — vegliardo tenace — di aver raggiunto il suo ideale. L’apoteosi di un vinto. Vana illusione. Come se l’Inghilterra potesse rinunziare a questa tappa sicura della sua strada delle Indie. E il mio interlocutore lo riconobbe più tardi quando mi disse : « l’Inghilterra uscirà dalla porta e rientrerà dalla finestra ». Malgrado lo scacco dei pourparlers, il ritorno del capo nazionalista arabo in Egitto fù quello che di più grandioso si possa immaginare. Giammai conquistatore, giammai trionfatore assistette a simile frenesia di popolo: fù l’apoteosi di un vinto, d’un vinto tenace e sublime, che si sentì acclamato da un milione di uomini. Si racconta che il treno che lo portava da Alessandria al Cairo, ebbe parecchie ore di ritardo perchè i beduini e i « Eellahs > venuti da ogni parte del deserto, sbarravano sul binario il passaggio alla macchina, per il desiderio di inginocchiarsi di