DEGLI IMPERATORI ROMANI 8r per mostrarla agli assediati c poscia a Roma ove venne esposta al pubblico. Bisanzio era una delle città dichiaratesi per Negro e la sola che gli rimase fedele dopo la sua morte. Non fu che al principio dell’anno 196 eh’essa apri le porte a Severo dopo aver sostenuto un assedio di tre anni. Era tenuta a quel tempo per una delle più grandi e più iloride città dell’ Oriente. Le sue mura le cui pietre erano insieme congiunte da ramponi di rame e così ben tagliate che rendevano sembiante di non formare che uno solo pezzo stavano fortificate da gran numero di torri, di cui le sette principali ripetevano in maniera distintissima le uue alle altre il romore che si faceva nella prima. Severo per vendicarsi della lunga sua resistenza la rovinò quasi interamente facendo passare a fil di spada la guarnigione e i magistrati. Fece però grazia all’ingegnere Prisco per averla cosi bene munita. Negro avea sposata Pc-scennia Plauziana di cui ebbe parecchi figli. III. SEVERO. 193. L. SETTIMIO SEVERO, nato Pii aprile 145 a Lepte in Africa, da Settimio Geta senatore, fu acclamato imperatore dall’armata che comandava nell’ liliria non il i3 agosto, come asserisce Sparziano, ma in aprile od in maggio l’anno ig3. Il 2 giugno successivo dopo che fu tagliata la testa a Giuliano egli si avvicinò a Roma, discacciò i pretoriani che gli erano venuti incontro senz’armi, e fece il suo ingresso nella città ove venne solennemente riconosciuto dal senato. Celebrò poscia P apoteosi di Pertinace, ordinò di rintracciare i suoi uccisori e formò un nuovo corpo di pretoriani. Vincitore di Negro nel ig5, e di Albino il 19 febbraio 197, regnò solo dopo quest’ultima epoca. Severo era il maggior capitano del suo tempo, ma oscurò la gloria delle sue armi con crudeltà eccessive. Dopo la morte di Albino fece gettar nel Rodano sua moglie co’ figli e sterminò senza pietà la sua famiglia ed amici. Non la perdonò nemmeno ai principali personaggi delle Gallie e della Gran-Bretagna per impadronirsi de’loro beni-, ciò che lo pose in istato di arric-T. III. 6