DEGLI IMPERATORI ROMANI 53 CALIGOLA. 37. CAIO GIULIO CESARE GERMANICO, ultimo figlio di Germanico e di Agrippina , nipote di Augusto cognominato Caligola per una calzatura militare che portava, nato il 3o agosto dell’anno 12 di Gesù Cristo, succedette nell’ anno 37 a Tiberio che lo aveva adottato. Nei primi mesi del suo regno egli corrispose alle speranze concepite dai Romani del governo di un figlio di Germanico, ma le smentì poscia orrendamente. Le sregolatezze le più sozze, le crudeltà più inaudite, le più insigni follìe divennero a lui familiari, e formarono dacché alzò la visiera, il tessuto può dirsi della sua vita. La sua tirannia fu singolare in una cosa che lo distinse da tutti i suoi pari. » Era, dice Montesquieu, un vero sofista di » crudeltà. Siccome egli discendeva egualmente e da An-» tonio e da Augusto, diceva che punirebbe i consoli ove » celebrassero il giorno di festa stabilito in ricordanza del-» la vittoria d’Azio e che li punirebbe se non lo ccle-» brassero ; e morta essendo Livilla cui egli decretò onori » divini, era secondo lui, delitto di piangerla per esser » ella una Dea, e di non piangerla perchè a lui sorella ». Altra sua scelleraggiue era di far scrivere i propri editti in così minuti caratteri e farli affiggere in ski così elevati che niuno potesse leggerli, acciò 1’ ignoranza mottiplican-do le contravvenzioni fornisse materia ai supplizii. Ben presto stancossi la sofferenza dei Romani. Questo despota stravagante e feroce fu nel 24 gennaio dell’anno 41 as-sassinato da Cherea, capitano delle sue guardie dopo un regno di tre anni nove mesi, e ventotto giorni. Egli ebbe cinque mogli Claudia, Ennia Nevia, Livia Orestilla, Lol-lia Paolina e Cesonia. Questa fu uccisa pochi giorni dopo il suo sposo con un colpo di spada e la figlia di lei infranta contra una muraglia. Asserisce Plinio il Naturalista ch’egli avea immobili le palpebre. E questa una singolarità di più in questo mostro. Egli fu il primo imperatore romano che prese il titolo di dominus cui ricusato aveano Augusto e Tiberio come di troppo fastosi, persuasi non esser esse proprio che dell’Ente supremo. Tra i dispendii