CANTI ILLIRICI 147 lenni de’ preti, son bellezze vere ma non più pellegrine dell’ultimo verso. Un edifizio fondato senza lagrime degli infelici; codesto compendia la storia d’un popolo. Quand’a Lazzaro recisero il capo Nell’amena campagna di Cossovo, De’ Serbi nessun si trovò, Ma trovossi un Turco giovanetto 5 (Gli è Turco, ma è degli schiavi; Lo generò Serba schiava). Or dice il Turco giovanetto: Ahimè, Turchi, miei cari fratelli, Quest’è ’1 capo d’un Sire. 10 Peccato è all’iddio uno, Che lo becchino aquile e corbi, Che lo pestino cavalli e guerrieri. — E prende il capo del Santo Lazzaro, L’avvolge nelle cocche dello screziato mantello, Più vivo. V. Krasan junak. D. Pristal. V. Sablja mu se po kaldermi vu^e. D. zemlijzi. Tra l’apparire del primo eroe e del secondo, e così del terzo, ricorre il solito verso: Za tim malo postanulo virme. — Più giù, invece di hoprena od zlata, dice persten sua zlata. V. . . . vernu Ijubovzu. D. viernu ljubu. V. Onde j’ pala kervza od junaka. D. strahovita. V. Kukajuci iz bjela gherla. D. Pak zaxali. (1) Od-sekosce: absciderunt. Ma sekosce, rammenta secare. (2) Rammenta l’omerico ¿farsivri. [Iliad., II, 607 e passim]. <12) Junak, vale e giovane e prode e guerriero, come TraXXrxapt.