MORTE DI MARCO. Qui si conchiude degnamente la vita del serbo eroe, forte e buono, ma sempre infelice. Questo colore d’ardita mestizia che si spande su tutta la vita di lui, viene in parte dalla verità della storia: che lieto non poteva essere veramente il figliuolo di re possente ed ingiusto e caduto, di nazione schietta e temuta, e oramai fatta gioco alle intestine discordie, a’ tradimenti cittadini, e alla rabbia barbarica; il guerriero condotto agli stipendi del prepotente nemico. Ed è profonda moralità, poetica insieme e civile, in questa maledizione che lo persegue di dolore portato con quasi disperata baldanza. Uomo che serve al nemico del patrio nome, per lealmente e degnamente che serva, non merita d’esser lieto, e non può. La leggenda ci porta nel fantastico: ma dall’alto non perde mai d’occhio il mondo reale, fatto dalla distanza più nettamente cospicuo. Marco ha trecent’anni, il cavai suo censessanta: la Vila gli annunzia la morte vicina; ed e’ la legge nell’acqua, e scrive, e si sdraia, e s’addormenta nell’eterno riposo. La sua ricchezza egli lascia parte al suo seppellitore, parte alle chiese, parte a’ poveri che vadano e cantino il nome di Marco. Senti religione e carità insieme, affetto della sventura, e speranza di gloria. Il cavallo del prode ucciso, la lancia spezzata, il calamaio nel pozzo, la clava nel mare, la tomba senza nome nè segno, perchè il