DELLE CITTA’ ANSEATICHE a63 sero confusi cogli altri cittadini: resistè dunque alle pretese della cittadinanza. Il cardinale Raimondo, venuto quest’anno in Amburgo, come legato della Santa Sede, ingiunse ai monaci di vivere secondo le loro regole ed ai sacerdoti di licenziare nello spazio di un mese le loro concubine, sotto pena di scomunica. Cercò poscia di ravvicinare il senato ed il capitolo, ma le sue cure furono inutili: il germe delle dottrine della riforma era già nel cuore degli Amburghesi. i52i. L’avarizia e la dissolutezza del clero di Amburgo erano giunte al colmo; gli ecclesiastici, occupati unicamente di affari temporali, abbandonavano a mercenarii le funzioni del culto, e non essendo le loro rendite sufficienti agli eccessi della crapula, facevano un traffico scandaloso delle cose sacre e specialmente delle indulgente. Ordo Stemmel, curato di santa Caterina, fu il primo che dal pergamo assalse i dissoluti costumi de’suoi confratelli ed insorse contra questo odioso traffico. Nel i522 si collegarono i cittadini mutuamente per resistere alle inibizioni ed alle scomuniche di cui erano dal clero minacciati ed agli attentati che portar voleva ai diritti di essi, non che ad ogni sorte di esazione illegale; e sostennero che l’elezione dei curati dovesse esser fatta dai seniori della parrocchia. Il senato dapprima si oppose alle pretese dei cittadini, temendo coll’accedervi di recar nocumento ai propri interessi e privilegi. Nel i525, un monaco francescano, Stefano Kempe, venne ad Ambujgo a predicare i principii della riforma, ed ottenne da’numerosi suoi uditori la più favorevole accoglienza. Il curato di san Giacomo segui l’esempio di Kempe, ed è probabile che, senza la resistenza del senato, altri ecclesiastici avrebbero seguito l’esempio. Furono impiegati, ma senza successo, tutti i mezzi per arrestare la propagazione di queste dottrine. Nel i526, il senato, avendo bisogno di danaro, propose alla cittadinanza alcuni articoli relativi ad una contribuzione straordinaria; i cittadini fecero rispondere al senato, che la mancanza di danaro nasceva dal favore accordato al clero, il quale solo poteva e doveva farvi fronte, e dimandarono in conseguenza si esigesse dai canonici una contribuzione di seimda marchi e la restituzione del dana-