DEI DUCIil DI BORGOGNA cancelliere per terminare la cerimonia, che finì siccome quella ti’ Arras con-un Te-Deum e colle grida, di viva il re! viva il duca di Borgogna! Non avendo gli ambasciatori d’Inghilterra voluto prender parte alla pace d’ Arras, Filippo non poteva dubitare che essa non venisse male accolta a Londra. Per non mancare però alla civiltà, egli credette dovere spedirvi ad annunciarla il suo araldo d’armi. Il dispetto degl’inglesi si manifestò nell’accoglienza fatta a questo deputato, il quale fu alloggiato presso un calzolaio, schernito e congedato senza risposta dopo aver veduto saccheggiate le case dei mercanti dipendenti dal duca. Sdegnato Filippo si alfrettò di agevolare al re la sua rientrata in Parigi per discacciarne gl’inglesi, ed in seguito volle dar prova del sincero suo attaccamento alla Francia coll’assedio di Calais; ma l’indocilità dei Fiamminghi che l’abbandonarono, gl’impedì di rendersi padrone della piazza. L’anno 143(3 vinto dalle istanzé del duca di Borbone, che era venuto a trovarlo a Digione accompagnato dal conte di Vendome e da brillante nobiltà, Filippo acconsentì di rendere la libertà al duca di Lorena ebe teneva da tre anni prigioniero in quella città. Se non che il merito di questa concessione fu diminuito dall’eccessivo riscatto ch’egli esigeva, non essendosi vergognato di chiedere al principe prigioniero, oltre le terre di Néufchatel in Lorena e di Cler-mont in Argonna, ottantamila scudi d’oro (i); somma per quel tempo esorbitante, e per la quale Benato fu costretto dar pieggi. Ma la duchessa di Borgogna concellò in seguito, come si vedrà ben presto, la vergogna di quella contribuzione che sembrava inspirata da un movimento di secreta animosità. Filippo mostrò maggior grandezza d’animo verso Carlo duca d’Orleans, figlio di colui che suo padre avea fatto assassinare. Carlo ritenuto presso gl’inglesi dopo la battaglia di Azincourt, dove era stato fatto prigioniero, rinvenne in Filippo (>) Erano scudi della corona, come abbiarn detto, d’oro fino e di set-tanta al marco, ottantamila dei quali equivalgono al giorno d’oggi-alla somma di noveoentoquarantaseimila novecentosettantauna lire, cinque soldi e nove denari.