DEI CONTI DI NEVERS 3o5 rarciduca Leopoldo generale dell’armata di Spagna si rese padrone di Rethel; ma il i3 dicembre dell’anno stesso fu ritolta la piazza dal maresciallo di Plessis-Praslin dopo quattro giorni d’assedio. Il visconte di Turenna, allora addetto al partito spagnuolo, era accorso in aiuto, ma il maresciallo precipitandosi sovra lui mentre volea ritirarsi, lo avviluppò da ogni parte. Fu forza cedere al numero, e Turenna fu il diciassettesimo a volgere il tergo, inseguito da uno squadrone francese da cui si difese da eroe. Questo fatto, che avvenne il i5 dicembre, si chiamò il combattimento di Rethel, benché seguito alcune leghe più lungi. Il duca Carlo volendo abbandonare la Francia per ritirarsi nei suoi ducati di Mantova e di Monferrato, vendette, con contratto ii luglio i65g, tutti i suoi dominii di Francia al Cardinal Mazarino, il quale col suo testamento lasciò i ducati di Nevers, di Mayenne e di Rethel in un alla baronia di Donzi, di cui avea già fatte confermare le prerogative, a suo nipote Filippo Giulio Mancini che fu sostituito nei nomi e negli stemmi dello zio. Morì il duca Carlo a Mantova il i/f agosto i665, lasciando da Isabella Chiara d’Austria, da lui sposata nel 1649, m°rla nel 1685, Ferdinando Carlo di lui successore nei suoi stati d’Italia. CONTI Di TONNERRE «Tonnerre, dice l’abate di Longuerue, è un luogo » assai antico, di cui fa menzione Gregorio di Tours sotto » il nome di Ternodoriim. Altra volta egli era compreso » nella Rorgogna. Aldrevalde, monaco di Fleuri nel IX se-” colo, nel suo libro dei miracoli di San Renedetto dice ” che Tonnerre era un castello della Rorgogna sulla riviera ” di Armancon : Castruin in Burgundiae partibus in la~ ” lere niontis super flwiutn Hermensionetn; ed aggiunge che sente cjuatlromilioni novecenloquarantacinquemila sellecenlonovantaqunllro lire, s«| solili e sei denari. Quindi la parte della primogenita di esse fu di due bilioni setieeentoquaranlaseUerniU seicentosessantalre lire, dieci soldi e Ire denari, e qUe||a dell*»lira duemilioni centonoTantoUomila centotrenta lire, dicci “Mi e due denari. T. XI. 20