DELL’ AMERICA a55 ra dello stesso noine. Alvarado vedendo gl1 indiani disposti a contendergliene il passaggio, la traversò a nuoto, e percorrendo un folto bosco, giunse in una spaziosa pianura , ove pascevano alcune gregge di montoni. Marciò poscia lungo il pendio dei monti, arrestato ad ogni tratto da folte boscaglie chiamate arcabucos, ove occorreva ad ogni passo impiegare la scure e la sciabla per aprirsi un cammino. Le sue genti ebbero molto a soffrire per la fame e la sete durante questo penoso viaggio. Passarono in un luogo sulle ceneri calde d’un vulcano (i) e molti caddero malati. Al momento in cui la mancanza d’acqua si faceva più crudelmente sentire, giunsero in un padule coperto tli canne chiamate ypa. Queste canne sono della grossezza della coscia d’ un uomo, e la corteccia ha un pollice di spessezza, servendo agl’ indiani per costruire le loro capanne (a). Gl’indigeni loro insegnarono contener esse mol-t’acqua, e difatti tagliatene varie nella parte nodosa, ne rinvennero in ciascheduna oltre a dodici pinte. Quest’ acqua fu ad essi del pari che ai cavalli di grandissimo soccorso. Ingresso di Francesco Pizarro nella città di Cuzeo c fondazione di una città spaglinola. In questo frattempo Pizarro dopo aver raggiunto Ernando de Solo e Diego d’ Almagro nella Sierra ai Vilcaconga s’era messo in cammino per a Cuzco. Al suo arrivo nella valle di Xaquixa-guana intese che il generale Chialichiquiama suo prigioniero manteneva intelligenze secrete ed ostili con Quizquiz, per cui condannollo ad essere abbruciato. All’ appressarsi degli spagnuoli, gl’ indiani presero posizione in uno stretto passaggio della vallata non lunge dal monte il più o-rientale che colà si trova, nella ferma risoluzione di disputare l’ingresso della città agli spagnuoli; ma caricati dalla cavalleria d’Almagro furono respinti con perdita. Manco luca Yupanqui, figlio di Guaynacaba, a cui apparteneva la (i) Zarate racconta che questo vulcano, situato io vicinanza a Quito, è sì attivo, che getta qualche volta le ceneri ad ottanta leghe di distanza e fa sentire il rumore fino a cento leghe. (a) Zarate, lib. I, cay io.