nelle volte d’oro i segni della resistenza di Venezia e dell’Italia, uno stormo d’idrovolanti diretti a bombardare i ponti sul Piave ebbe a sfiorare i pinnacoli della basilica. E veramente il rombo dei motori rintronò sotto le cupole istoriate come il ruggito dell’evangelista belluino. Le navate, misteriose d’ombre e di bagliori, parvero animarsi d’un palpito nuovo. Le vele delle navi dipinte a musaico nelle lunette si gonfiarono come sotto l’impeto d’un vento secondo. Il cannoneggiamento dei nostri grossi calibri cominciava, con raffiche furibonde, a fulminare la laguna invasa dai pronipoti degli Unni. Dalle barene e dalle velme l’esasperazione italiana suscitò ondate di valore, barriere di sacrificio. Gli Ungari non passarono. Poi, dopo mesi di lotta, vennero ributtati nel fiume... Oggi, nell’anniversario di quei giorni di catastrofe e di portento, la basilica è sempre blindata come un fortilizio; ma il suo silenzio non è più tragico, le sue ombre non sono più sinistre, il suo odore non è più mortifero. Stamane il sole batteva in pieno sulla profezia campeggiante nel cielo d’oro a maiuscole romane: « Quae mea sit vita, jam surgam morte relieta » il il Leone ancora ringhia ; ma l’ugna dischiude il libro.