scattare, nel cuore degli sbarramenti nemici, le armi trovate dal loro genio. Gesto magnifico, atto divinamente italiano ! L’ingegno che foggia ed il coraggio che osa si sono fusi nelle identiche persone, per il medesimo scopo, in cuori fraterni. Si trattava d’oltrepassare le barriere sopracquee e subacquee con un’imbarcazione meno rumorosa e più veloce e più minuscola che non fosse stato il Grillo di Pellegrini. E quest’imbarcazione avrebbe trasportato, non siluri, ma mine speciali caricabili a tempo mediante congegni d’orologeria regolati in precedenza. Pronto che fu l’ordigno, i due animosi apparecchiarono il loro corpo ed il loro animo alla prova suprema. Passarono, per settimane e per mesi, lunghe notti ignorate in un allenamento severo. S’abituarono a percorrere a nuoto, vestiti di scafandri, lunghissimi percorsi ed a sopportare per ore ed ore il freddo dell’acqua notturna. Finalmente anch’essi, come i loro meccanismi navali, si sentirono pronti. E il colpo di memo nella rada tremendamente munita, già arrossata dal sangue dei compagni di Pellegrini, venne deciso. Nella notte rigidissima e fosca, cupa notte della vigilia d’Ognissanti, ma più luminosa allo spirito che se le fiaccole della Vittoria si fossero accese lungo il grande arco dell’Alto Adriatico per illuminarvi l’ardimento italiano, un piccolo convoglio della nostra Marina è arrivato in vista di Punta Peneda e di Capo Compare. Due torpediniere al comando del capitano di corvetta Spagnoli. Due Mas, con a bordo i comandanti Costanzo Ciano e Scapin. E v’era sinché l’imbarcazione speciale, destinata ai due Raffaele, arcangeli di guerra, 1 ingegnere ligure e il medico romano. 1 Mas hanno accompagnato il galleggiante desti-