alla nostra riva le migliaia di prigionieri italiani i quali s’affollano esausti ed affamati alle banchine dei moli, in attesa delle navi liberatrici che li riconducano a casa. Bisogna trasportare dall’Italia alla sponda opposta le decine di migliaia di prigionieri austro-ungarici di nazionalità slava che, disarmati e rifocillati, desiderano tornarsene ai loro villaggi. Occorre infine provvedere di tutto — viveri, vesti, olii, medici, medicinali, comunicazioni, ordine pubblico, giustizia — tanto le vecchie regioni che rioccupiamo quanto i vasti territorii adriatici distesi oltre l’antico' confine. E le nostre navi, grosse e modeste, tarde e rapide, adempiono senza riposo la dura, urgente, molteplice bisogna. La cresciuta attività, in un mare cosparso d'insidie a milioni, aumenta spaventosamente gli ostacoli e i rischi. Non c’è più il siluro nemico che scocca a tradimento, ma c’è la torpedine occulta che esplode al menomo urto. E’ finita la guerra; ma non sono terminate, per la Marina, nè le fatiche nè i pericoli nè le asprezze della guerra. 1 sacrifici e gli eroismi continuano, in questa tregua tuttavia armata, ancora senza ulivo, come nei periodi più acuti del conflitto. Si salta ancora in aria col ventre squarciato, com’è avvenuto di recente all’esploratore Rossaroll. Si combattono ancora penose e non incruente battaglie, come tristemente è accaduto a Fiume, a Spalato, altrove... * * * Sieno le ultime. E’ così gonfio l'Adriatico, di mine e di bora, di scoppii e di collere, di pianto e di lagno, di sangue e di gloria, che gli uomini di buona volontà, dall’una e dall’altra sponda, debbono tendere - 201 -