Non più la spelonca di Sant’Antonio che s’apre nella rupe alla nostra destra, come un’oscura fauce dentata, ci sgomenta. Dietro i pezzi scudati che ingombrano la caverna e costituivano, fino a pochi giorni or sono, l’estrema difesa dell’incassato corridoio, stanno oggi a vigilanza i marinai italiani. Finalmente le pareti di pietra si slargano, la stretta s’allenta, il corridoio termina ed entriamo nella baia di Sebenico, azzurra come il lapislazuli, protetta contro i venti dai poggi boscosi che sormontano la città, dominata dai tre forti veneziani che torreggiano sulle cime più elevate: Sant’Anna, San Giovanni, Barone. 11 Cortellazzo scambia il saluto con la Puglia — arrivata qualche giorno fa, ora sede del contrammiraglio Notarbartolo, che fa ammainare il suo gagliardetto — e getta l'àncora davanti alla riva, in faccia al monumento a Nicolò Tommaseo. Sebenico digradante dai monti alla baia sotto un sole limpidamente invernale, si stende allo sguardo con un’umile grazia. Nella baia, le torpediniere italiane, i motoscafi italiani e due grossi piroscafi dell’ex-Marina mercantile austro-ungarica, occhieggiano di tricolori nostri. Nell’ansa settentrionale, senza bandiere, stanno immobili alla fonda il vecchio incrociatore imperiale Karl VI e la nave officina Vulvari. Nell’ansa meridionale, presso i grandi fabbricati della Maddalena, galleggiano taciturne le navi scuola pei cadetti della Marina avversaria. Fra il monumento a Tommaseo e la stazione della ferrovia per Trau e Spalato, la riva è ingombra di montagne di carbon fossile. Nel bacino si cullano a fuochi spenti le torpediniere e i pontoni e i rimorchiatori abbandonati dalla Marina austro-ungarica. Nel porticciuolo della Maddalena, una visione d’altri tempi: gli scafi di due fregate in le- — 148 —