36 Quante lezioni abbia tenuto il Tommaseo e perchè poi abbia rinunciato a quel posto, interessa qui assai poco. Ciò che dobbiamo rilevare invece è il fatto che, frequentando quel corso, A. De Qubernatis, allora studente in belle lettere, conobbe il Tommaseo. Forse anche prima delle lezioni, il De Gubernatis, nato a Torino il 7 aprile 1840, sapeva qualche cosa di lui. Come studente in belle lettere il De Gubernatis lavorava instancabilmente su diversi soggetti drammatici. E siccome nessuno gli poteva dare un giudizio oggettivo e severo sul loro valore, prende il coraggio di rivolgersi al Tommaseo e gli scrive il 24 febbraio 1858: Stimatissimo Signore S’io, oscurissimo ed infimo, oso arditamente presentarmele con uno scrit-tarello che fa pietà, la scongiuro perchè non voglia recarselo ad offesa, il sentimento che mi spinge a quest’ atto non è orgoglio, non è vanità, ma una frenesia per le lettere, una brama ardentissima di nobilitare l’anima mia, all’ombra della sapienza. 11 poter dire di questo mio abbozzaccio tragico o drammatico, come appellar lo si voglia, che Tommaseo, il venerando Tommaseo 1' ha veduto, è gloria per me, è dolcissima consolazione, che ricorderò per tutta la mia vita ; se non che questo mi duole, di render contento me stesso a prezzo forse della di lei preziosa salute, delle di lei meditazioni, le quali in vantaggio dell’ Italia ridondarono pur sempre. Eppure, affidare i miei primi scritti a letterati di gloria incerta non posso in nessun modo, pochissimo o nulla garbandomi 1' aurea mediocrità con tanta poetica vena decantata da Orazio ! A lei però assoggetto questo mio primo parto, quasi certo in me stesso che due mesi non correranno eh’ io avrò a rimproverarmene ; Ella tuttavia ha dato prova con le applaudite sue opere sulla educazione di perfettamente conoscere la gioventù, ed io giovane sento, che non potrei altrimenti esser contento se non col farlemi in qualche modo conoscere. La lima è per avventura sconosciuta a noi giovani studiosi, sebbene da lei tanto caldamente raccomandata ; ond’ è che così frequente è il malcontento di noi medesimi e delle cose nostre ; che se la bollente immaginazione avesse un freno, e l’ingegno non ¡sdegnasse di ritornare alcuna volta a rivedere i suoi proprii figli, le opere giovanili riescirebbero le più perfette. Mi duole, e fortemente, che la mia lingua non possa essere eloquente quanto la venerazione eh’ io per lei nutro richiederebbe, mi duole che la pochezza del mio essere non mi permetta di celebrarla, esaltarla a quell’altezza a cui la sola sapienza ha diritto ; il mio amore svilupperassi allora che, fecondata la mente da robusti concetti, innalzerassi alla sacrosanta luce del vero, parlerà agl’ Italiani, in nome del Vero difendendo l’immortalità del Tommaseo; perciochè 1’ amore dell’ Italia non meno che delle sue infelicità fummi inspirato dalla grandezza e dalla copia de' splendidi ingegni, sotto questo bellissimo sorriso di cielo, nati, cresciuti, immortalatisi.