58 compreso e gustato che da coloro i quali siano bene al corrente delle nostre vicende. Il volume incomincia con una buona introduzione statistica e storica sull’ elemento serbo. Nel periodo austriaco la Dalmazia ha avuto, su una popolazione totale di circa 600000 persone, 120COO serbi di religione ortodossa (80,000 nella parte settentrionale e 35,000 circa in quella meridionale) in maggioranza contadini e 20-25 mila di religione cattolica, per lo più cittadini. La vita politica dei Serbi in Dalmazia nel periodo veneto e anche iti quello austriaco fino al 1861 era ristretta alla conservazione religiosa delle tradizioni nazionali nelle famiglie e alla difesa della chiesa nazionale serba. Il Dottor Bakotic accenna di sfuggita alla presenza di Serbi in Dalmazia anche nei secoli precedenti. Si tratta veramente di Morlacchi (Vlassi o Aromuni), - e il D.r Bakotié lo sa evidentemente, sebbene non lo dica - che poi, a causa della religione ortodossa, sono stati classificati tra i Serbi. Alla caduta di Venezia ed anche nel primo tempo del periodo austriaco « i Serbi non poterono, nè per il loro numero, nè per la loro importanza, dare l’intonazione alla vita politica della Dalmazia. Le loro affermazioni e le loro lotte hanno avuto un carattere prevalentemente ideologico ». Essi si destarono quindi alla vita politica non per proprio impujso, ma per la forza delle circostanze, quando l’Austria, costretta dalle ripercussioni del Risorgimento italiano, dovette concedere anche ai serbi di Dalmazia l’arma costituzionale del voto elettorale. Il D.r Bakotic rileva anzi come sia stato proprio l’italiano Tommaseo a incanalare, in odio all’Austria, le simpatie dei dalmati piuttosto verso la Serbia, che verso la Croazia: «Tommaseo riteneva che la Serbia fosse il paese destinato a liberare la Dalmazia; egli temeva che l’unione alla Croazia, la quale era soggetta già da secoli alla dinastia d’Asburgo, compromettesse questo destino storico della Dalmazia ». Tutto quello che il D.r Bakotié espone quindi nei capitoli successivi sulle lotte costituzionali dal 1848 alle cosidette risoluzioni di Fiume e di Zara del 1905, colle quali Serbi e Croati firmarono la pace fra loro per intimare la guerra all’Austria, non è nuovo: è ricavato dai giornali dell’epoca. A mio giudizio il D.r Bakotié avrebbe fatto un’ opera più utile a non citare tanti documenti ed a dare piuttosto un quadro suo, sintetico. Comunque, l’interesse va diminuendo anche nei capitoli che parlano dell’annessione della Bosnia-Erzegovina, delle guerre balcaniche, della guerra mondiale e della venuta dell’ esercito serbo. E’ vero, del resto, che i Serbi di Dalmazia non hanno avuto una parte preponderante in nessuno di questi avvenimenti. Per ciò regna il silenzio sul Patto di Londra e sulla lotta adriatica alla Conferenza di Parigi. Dopo aver riportato alcune frasi ufficiali sull’ entrata delle truppe serbe a Spalato, il D.r Bakotié conclude: «E cosi anche la Dalmazia raggiunse la sua p;ena liberazione ed entrò a far parte del Regno di Jugoslavia, per costruire insieme a tutto il popolo dei Serbi, Croati e Sloveni la sua nuova storia». Questo è vero; ma è pur vero, che proprio i Serbi sono stati quell’ elemento etnico della Dalmazia che ha avuto un premio sproporzionato allo sforzo da esso compiuto. Del resto converrà tener presente che la sorte della Dalmazia non è stata mai decisa dalla volontà dei suoi abitanti. La Dalmazia è -parlando nel senso politico - una terra lunare, illuminata da luce riflessa e contesa da tre centri di attrazione: Roma» Zagabria, Belgrado. Il D.r Bakotié ha fatto opera meritevole illustrando uno di questi tre raggi politici. Il libro termina con un capitolo sui « Serbi cattolici ». Sono questi la parte « intellettuale » dell’ elemento serbo, ossia quella che nelle città della costa ha approfittato della coltura italiana. Fra questi vanno annoverati parecchi preti e frati cattolici ed anche, come già accennato, il D.r Bakotié stesso. Fra le persone più e-