avviata bene in favore della tesi gondoliana. In primo piano sono state portate le « Suze sina razmetnoga » che ormai sono destinate a primeggiare nel repertorio poetico del Gondola. Sembra infine che la lingua del Gondola cominci a diventare oggetto di ricerche meno sperimentali, meno fisiche e naturalistiche e più idealistiche e artistiche, come lasciano sperare gli indizi che trapelano da un saggio del Deano-vic e da altri suoi studi di consimile argomento. Sarebbe ora vizioso insistere qui su tutto quello che nella miscellanea non è stato e poteva essere fatto. Ricordiamo di sfuggita solamente le mancanze o lacune che maggiormente ci hanno colpito in tale occasione. Si tratta anzi tutto di una bibliografia gondoliana che specialmente in torma di rassegna ragionata si fa desiderare da anno in anno. Per forza di cose si è ancora sempre legati all’ elenco che nel 1913 è stato fatto dal Vodnik nella sua storia della letteratura serbo croata ed a quanto fino al 1928 ha raccolto il prof. Matl nella rassegna citata precedentemente. E si aspetta ancor sempre uno studio o una raccolta che ci dia un’idea dell’eco che il Gondola ha avuto nel mondo slavo: contributo alla «fortuna» del Gondola che per una sua celebrazione doveva essere il cavallo di battaglia 1... Altro cavallo... ed altra attesa, vana: un saggio sintetico sull’azione che il Gondola ha esercitata nella letteratura serbo-croata. Inoltre se è da deplorare che così poco sia stato scritto sul-1’ Osman, è strano pure che parecchie altre sue opere siano state ignorate compieta-mente. Strano poi che la questione della struttura dell’ Osman che tanto ha appassionato ed ha avuto a lungo le sue ripercussioni (') sia cosi pacificamente passata agli atti. Nessuna nuova attenzione alle fonti del Gondola intese non come elemento d’arte personale, ma considerate come esponente storico di correnti culturali. Nessun interesse a quella simbiosi secolare itnlo-slava, in cui è sorto e si è temprato lo spirito creatore del Gondola. Non parlo di questioni particolari — dall’ appartenenza della versione di alcuni canti della «Gerusalemme liberata» in poi — chè non si finirebbe più. Osservo piuttosto qualche stranezza della miscellanea che maggiormente dà nell’occhio. Emerge anzitutto la non rara presenza di argomenti futili, inconcludenti che vi stanno proprio per forza e rispecchiano indirizzi e criteri già conchiusi e superati. A questi si accoppiano le rievocazioni o riproduzioni di articoli e memorie che starebbero meglio in scartafacci di antiquari. Stride inoltre la varia maniera con cui è seguito il sistema della documentazione e delle citazioni bibliografiche, chè mentre ci sono saggi trattati a proposito con tutto il rigore scientifico, si susseguono parecchi articoli che serbano ancora una schietta impronta dilettantesca. In quanto poi a casi particolari, dopo quanto il prof. Resetar ha scritto, specialmente in questi ultimi tempi, sulla lingua dei primi monumenti letterari e linguistici di Ragusa, si potrebbe ritenere ormai pacifica la teoria di coloro che ritengono innovazioni e maniere poetiche i cakavismi che pullulano nei versi dei primi poeti ragusei; invece il Lukas (pag. 22) parla ancora di cakavismi o di cakaco indigeni e locali. Poco sostenibile pure 1’ opinione del Covic, il quale, richiamandosi sopra tutto all’ autorità del prof. Resetar, afferma che a Ragusa « Controriforma e reazione cattolica » non ci sono mai state, come se le idee controriformiste di sè non vi avessero improntate arti e scienze. Perchè poi esagerare ancora e mettere, come ha fatto il Jelasié (pag. 72), al pari di Omero e Dante il non omerico e non dantesco Gondola? E perchè usurpare ancora alla storia della cultura italiana in Dalmazia un Patrizi, un Niccolò Gozze, un Cotruglio e far passare per « creatori » croati questi tipici scrittori italiani ? L’ abuso è troppo banale e meschino per soffermarsene a contestarlo. Passiamo piuttosto a nuove considerazioni. Cfr. la recente eco in M. Resetar, in « Bratstvo » op. cit.