27 # * * Gli anni che seguirono furono per il Poeta soldato anni d’ azione, di vita attiva, di combattimento. E io non mi farò qui a ripetere date e fatti che tutti indubbiamente conoscono. Le sue imprese, la sua guerra e la gesta fiumana, furono da lui stesso commentate principalmente nel Notturno e nei libri che costituiscono la Penultima Ventura. Nel libro primo di quest’ opera egli ha trascritto la lettera indirizzata il 15 gennaio del ’919 a Ercolano Salvi e Giovanni Lubin : lettera nella quale egli, offrendosi tutto per la nostra causa « fino all’ultimo», così conclude: « Dalmati fedeli, se l’ingiustizia si compia - e il nostro Dio ne disperda « 1’ ombra imminente - voi caricherete le vostre barche coi rottami delle pietre « gloriose, e vi imbarcherete con essi ; e uscirete anche voi nel mare del « vostro amore disperato ; e vi lascerete andare a picco, voi e le reliquie, per « ritrovare nel profondo i nostri morti, non più servi ribaditi ma uomini liberi « tra uomini liberi. « Seguitando la mia vocazione, io sarò con voi : forse non io solo ». E nel secondo libro è anche trascritta la lettera indirizzata il 21 settembre 1919 ai Dalmati latini, ai Fratelli di Dalmazia, lettera che nell’originale prezioso si custodisce gelosamente nella sede del Guf di Zara, e che è stata esposta al pubblico zaratino nella mostra di ricordi dannunziani indetta dallo stesso Guf. E la voce del suo pianto, è il suo « rammarico di non aver forze bastevoli » per accorrere alla « voce remota e straziante » della Dalmazia irredenta, della Dalmazia la cui fedeltà, come la fedeltà di Fiume, « è onore d’Italia ». Ma due mesi più tardi, il 14 Novembre 1919, egli trova nella propria tenace fece e nella passione dei Dalmati invocanti, le forze bastevoli e compie quella che egli chiamò la « faustissima impresa di Zara ». « In quel mattino di « primavera, egli ricorda, respirammo la sua santità come nella leggenda aurea, « come nei luoghi mistici del consumato amore. La città intera, con le sue « mura e con le sue creature, era come un inno religioso... ». « Risalutiamo i « compagni rimasti laggiù tra la Porta Marina e la Porta di Terraferma, risa-« lutiamo il bel nostro Battaglione del Carnaro, che è laggiù il buon seme fiu-« mano, l’assiduo levarne di fede e di libertà, la chiara malleveria della nostra « promessa. « Dal ponte della nave carica di ghirlande, come quella degli antichi riti « vittoriali, noi dicemmo al popolo addensato : “ Ieri, davanti alla sacra ban-« diera di Giovanni Randaccio, v’ inginocchiaste con movimento sublime. Per « sollevarci fino a voi, o Dalmati, bisognerebbe che ora c’ inginocchiassimo. « Ma sul ponte di una nave da guerra non si può non restare in piedi. In « piedi vi gridiamo la nostra gratitudine senza fine, il nostro amore senza mi-« sura, la nostra promessa senza mancamento,, ». E la promessa fu senza mancamento ! !