46 LA SCHIAVITÙ DEL MARSIGLI schiavitù e d’esserne uscito per grazia di Dio e di un senatore veneziano. Che quella somma provenisse dall’ arciconfrater-nita bolognese non potei conoscere, nè crederei, tanto erano scarsi i suoi mezzi finanziari; forse fu offerta dalla compagnia del Gonfalone di Roma, dalla quale una volta quella dipendeva. A questa l’eccellentissimo conte, generale di battaglia di Sua Maestà Cesarea - così lo si chiama di qui innanzi -aveva scritto non so che lettera, che era stata letta in congregazione il 28 febbraio di quell’anno70; e il 24 del mese seguente, perchè si celebrasse onorevolmente la festa dell’Annunziata, vi aveva mandato un suo incaricato con sei candele di cera bianca e una somma da distribuire a 500 poveri, un quarto di paolo a ciascuno. La messa fu poi celebrata dal fratello del generale, dall’arcidiacono Antonio Felice, che comunicò fra gli altri Giovanni Maria Ghiselli, l’ultimo schiavo riscattato84. Anche il 7 novembre del medesimo anno vi fu detta messa dallo stesso, come il 25 marzo 1702 quando già era stato creato vescovo di Perugia 8l. Il generale da parte sua seguitò a fare di quelle elemosine ai poveri, anche fino alla immane sciagura di Bregenz82, fedele al suo programma di voler per l’anima sua farsi “ un capitale di bene fatto ai poveri ed al prossimo „. Il primo maggio 1702 l’arciconfraternita lesse una sua lettera, nella quale diceva d’avere scoperto in Costantinopoli al servizio della Porta tre o quattro schiavi cristiani bolognesi, che col primo ordinario ne avrebbe fatto conoscere i nomi, che lo informas-