DAL DIARIO DI UN GARIBALDINO 27 vandai. Il Fontana si fece anche barbiere; aveva un rasoio e una pietra molare: avventori molti, ma pochi quattrini. Un giorno si presentò un interprete a domandare la nazionalità dei prigionieri: tutti, a una voce, sudditi italiani! Un bel giorno il tenente d’ispezione annunziò che all’indomani sarebbe cessata la prigionia, ma che anzitutto bisognava fare la pulizia dello stabile. Allora si pensò di festeggiare la liberazione con un banchetto di pane, formaggio, frutta e vino di mele e con un’illuminazione di candele alle finestre e nell’interno dei due saloni: quello del secondo piano fu preparato per le danze. Così si passò la notte tra gli scherzi, le più gioconde risate e i cori di canzoni patriottiche. La mattina i paesani vennero a salutarli e subito dopo si marciò a Petrinia al canto della bersagliera. Arrivati colà si fecero riposare in due barcaccie o peate in riva della Drava e il giorno dopo con altri prigionieri sopravvenuti marciarono fino a Sissek e di là proseguirono con la ferrovia per l’Italia. Quando giunsero ad Aurisina, vollero scendere per rifocillarsi, ma il capostazione adombratosi al vedere tante camicie rosse, con brutti modi li fece rientrare nelle vetture. In risposta i garibaldini al momento della partenza gli lanciarono in faccia il grido unanime «Viva Garibaldi! Viva l’Italia!» Il cuore del Donaggio palpitava al pensiero che era tanto vicino alla sua Trieste e ai suoi cari, che nulla sapevano di lui. Se ne stava taciturno al finestrino, quando al Bivio scorse improvvisamente biancheggiare la città, e pianse di gioia. Arrivati che furono al confine, un picchetto austriaco mosse verso il prossimo comando, da dove ritornò, dopo lungo attendere, con una compagnia di bersaglieri, che furono accolti dai nostri con vibranti applausi. A Udine verso la mezzanotte furono fatti entrare nei locali della stazione, alla spicciolata, per i suffumigi, poi ricoverati entro capanne di legno nel giardino della stazione, dove ebbero frequenti visite di amici. Ben dieci giorni dovettero starsene in quelle baracche e due giorni in castello. Si partì, salutati dalla popolazione, a piedi, perchè la ferrovia era stata guastata dagli austriaci. Lunghe marcie fino a Vicenza, per la bellissima strada alberata, anch’essa devastata dalle truppe dell’Austivia, come è ricordato in una lapide. Accoglienza festosa a Vicenza, donde si partì il giorno dopo in treno alla volta di Brescia. Poiché vi fu una fermata di alcune ore a Milano, il Donaggio ne approfittò per visitare il duomo e altri monumenti. Arrivati a Brescia si andò a riposare in una chiesa. Prima cura del Donaggio fu d’informarsi sullo stato dell’amico Enrico Ferolli: avuta notizia che si trovava all’ospedale ferito a una spalla, corse difilato da lui e lo trovò molto sofferente. Tuttavia gli raccontò le sue vicende. A Brescia seppe pure l’esito della battaglia di Bezzecca: vi restò ferito gravemente il triestino Luigi Chiozza, che morì pochi giorni dopo, assistito dal concittadino e compagno d’arme Bortolo Vodopivez, conosciutissimo come valente floricoltore, socio sino al 1866 della ditta Antonio Maron. A Brescia i volontari ricevettero vestiti, il congedo illimitato e un’indennità di via. Il Donaggio divisò di far ritorno a Firenze, dove fu accolto paternamente dal suo principale, che gli procurò lavoro ed ogni assistenza. Qui venne anche a sapere di essere stato fregiato della medaglia di bronzo al valor militare (4). E dopo un anno dalla partenza egli era nuovamente di ritorno a Trieste. *