BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 315 La vittoria sulla Jugoslavia, ohe non volle secondarci in quest’opera di comprensione e di pacificazione, non deve interrompere l’attuazione del nòstro programma basato sulla cooperazione dei popoli. Noi dobbiamo sentircene tanto più e tanto meglio indotti ad allargare e ad approfondire le nostre conoscenze intorno ai popoli che a lungo andare non potranno resistere all’indirizzo generale della vita civile, esplicantesi in un solidale attività di scambi. Merita anzitutto la nostra attenzione la terra che può a giusto titolo vantarsi di essersi spesso durante i secoli avvantaggiata dei contatti con la Nazione italiana, contatti soprattutto di natura culturale ; uno sguardo attraverso le vicende storiche dei tre ceppi che costituivano la Jugoslavia di ieri (e si dovrebbe aggiungervi pur la Bulgaria) è atto a darci subito una chiara testimonianza al riguardo. Senza dubbio con fine analogo a questo il prof. Giovanni Trinko, slavista eminente e fra i più reputati di quanti sono in Italia, aveva curato la pubblicazione del pregevole ed utile volumetto, di cui ci occupiamo: il passato ed il presente ci sono ritratti oltre che dal lato politico anche da quello letterario ed artistico, avendo cura a farne risaltare le correlazioni per cui le due nazioni itala e slava si videro durante le varie età, spesso, accostarsi e comunicare. Nel contenuto di queste pagine viene evitata ogni divagazione inutile ed è soppressa ogni descrizione ingombrante. Non c’è periodo che sia superfluo. Le notizie ci sono date quasi in una forma schematica; cosa del resto naturale, giacché altrimenti esse non potrebbero trovare posto, così abbondanti, in numero di pagine relativamente esiguo. La materia è distribuita, ed ordinata in brevi capitoli. La narrazione riguarda anzitutto la parte storica. Quello che è stato originariamente un solo popolo e che tale rimane per ragione di linguaggio si è ad un tratto nel corso degli anni diviso pei-mettersi per due strade diverse ed ha allora avuto anche due storie diverse. Cosi si è giunti a stabilire una situazione fra la storia della Croazia e quella della Serbia, mentre gli sloveni, affini, ma non eguali per linguaggio ài serbo-croati, hanno avuto sempre una storia tutta propria. In mezzo alle terre serbe balza poi storicamente in un quadro inconfondibile e come esempio di fierezza e di eroismi il piccolo Montenegro. Il Trinko ha creduto di dedicare alcuni per quanto brevissimi cenni anche alle vicende storiche di Ragusa, perchè intorno a questa città dalmata che fu detta l’Atene jugoslava fiorì una vita repubbli- cana, simile a quella di parecchie città italiane e si stabili il punto più luminoso di incontro della cultura italiana con quella slava. Dal campo storico l’Autore passa in quello letterario ed artistico. E ci parla della letteratura e quindi dell’arte intesa in senso generale. Ma poiché l’arte rifulge in più manifestazioni, si sofferma su alcune delle medesime, e cioè sulla musica, pittura, architettura e scultura. La nuova situazione creatasi nei Balcani consiglia naturalmente di rifare e aggiornare questo libro, distribuendone altrimenti il materiale e intonando le considerazioni generali allo spirito dei novissimi tempi. Ma la base c’è e se ne potrà facilmente cavare una cosa sempre utile e buona. Vincenio Marussi BENNO GEIGER - Antonio Carneo -Ed. «La Panarie». Udine, 1940. (ora II edizione nelle pubblicazioni di arte delle «Tre Venezie». Venezia, 1941). Qual fortuna per uno studioso imbattersi in una figura della grandezza di Antonio Carneo e scoprire che tanta forza e tanta originalità d’arte erano finora dimenticate, meglio, sconosciute. Le vicende di Antonio Carneo, (il quale, anche per bocca d’un critico intelligentissimo ma non troppo tenero per i valori barocchi come l’abate Lanzi, è genio che «maggiore di questo dopo il Pordenone non vide il Friuli»), sono assai strane. Riconosciuto e ammirato dai suoi contemporanei friulani e veneziani se, appena giunto a Udine a trent’anni, è subito accaparrato dal Luogotenente veneto — il governatore, insomma, del Friuli per la Serenissima — per uno di quei quadroni di rappresentanza che ancora esistono al Castel- lo udinese, condotto ben presto da un conte mecenate al suo palazzo dove il pittore visse e scialò pagando soltanto con il pennello, prodotta nella non lunga vita (nato nel 1637, morì nel 16-92) una serie imponente di opere che furono via via attribuite al Liss, allo Strozzi, ad Antonio Guardi, ricordato con ammirazione da tutti i cronisti locali non solo ma dagli storici d’arte più reputati sino agl’inizi del-l’Ottocento, dopo d’allora per un buon secolo, si può dire, non si parla più di lui. L’accademismo neoclassico che cieco e sordo con tanti altri maestri fu incapace