294 OSCAR DE INCONTRERÀ Tale digressione, che a molti parrà oziosa e fuori del seminato, sarebbe incompleta se non toccassi il punto oscuro della parzialità che si riscontra in molti studi storici, malgrado il lusinghiero progresso che in questo secolo hanno fatto la critica storica, la revisione storica e la riabilitazione seria, a base di documenti e talora troppo generosa, di molti personaggi e avvenimenti, finora deformati dalle leggende e dalle passioni politiche, o ricalcati pigramente su volgari copioni menzogneri, o ammaniti «ad usum delphini». Non è raro il caso di imbattersi in scrittori, i quali dopo essersi fatti i plagiari della fatica altrui, ignorano scientemente dei documenti, perchè non lusinghieri alla loro tesi e per i personaggi che si propongono di inalzare o riabilitare e alle volte ne alterano o mutilano, per fini analoghi, il testo. E’ umanamente impossibile, convengo, essere storiografi veramente imparziali; già parlando della cacciata del tiranno Ippia da Atene nel 510 avanti Cristo, le opinioni sono divise. Ognuno ha il suo punto di vista e le sue convinzioni e i suoi sentimenti religiosi, nazionali e politici non possono non esercitare un’influenza. Ma da questo all’alterare la verità storica ci corre. Non è vero che non si possa con uno sforzo vincere le proprie preferenze ed essere quel tanto spassionati che occorre, per scrivere come realmente si sono svolti i fatti e dare onesto risalto alle belle e alle brutte azioni del proprio eroe. Per quanto riguarda la figura di Napoleone, purtroppo quasi mai riscontriamo un’imparzialità equilibrata e serena. Molti allori sono stati sfrondati, ma la mistica creata da lui stesso, con i bollettini di guerra sul «Moniteur», resta pressoché intatta, anche dopo la pubblicazione dello studio magistrale, ma troppo pessimistico in giudizi, di Jacques Bainville (212). In ogni modo quest’ultimo ci ha fatto riudire delle verità che non si erano più lette dal tempo della pubblicazione del romanzo «Guerra e pace» di Leone Tolstoi; verità quest’ultime però troppo frammiste con gli ingiusti apprezzamenti sgorgati dalla penna del patriotta russo, memore dell’anno 1812. E’ un dogma quasi che nello scrivere intorno al Ronaparte, tutto in lui debba apparire superlativo, sovrumano, e che qualunque suo fallo o macchia, che ne adombra la personalità, debba venire accuratamente sottaciuto, o scusato. I suoi biografi ci esaltano la universalità del suo genio e le sue meravigliose vittorie militari, ma non ci narrano che poco del carattere effimero di queste e dei piedi di creta del gigante, che conquistata l’Europa, non seppe salvare neppure Parigi dall’invasione e timorosi accennano appena alla decisiva disfatta di Trafalgar. Essi hanno fretta di sorvolare sul dramma di Yincennes — certuni non lo menzionano nemmeno — e le monografie sul Duca d’Enghien, se anche si commuovono davanti al giovanissimo Principe borbonico, non ardiscono dopo il 1830 chiamare queH’«affaire» col suo vero nome: un premeditato assassinio. Si cercano altri colpevoli, speciose argomentazioni, ridicole interpretazioni dei documenti, che sono esaurienti e chiari come la luce solare e si dimentica che nel testamento il Bonaparte accollò coraggiosamente a sè solo tutta la responsabilità di quella fucilazione (213). Parlando dei membri della sua famiglia, si è meno guardinghi e accanto al sempre maldicente Joseph Turquan,(214) abbiamo dei napoleonisti della mole d’un Frédéric Masson,(215) che onestamente ci rivelano le loro meschinità intellettuali e morali, confermate del resto implicitamente dal loro stesso grande fratello, nel «Mémorial de Sainte-Hélène» e altrove. (Continua) OSCAR DE INCONTRERÀ