L’OPERA CRITICA DI SCIPIO SLATAPER 81 sta la sicurezza della verità raggiunta dal suo spirito, e quella che lo farà essere vittorioso ed eroico. Ciò che Slataper aveva del suolo natale e si è trasfuso quasi intatto nella lirica del «Mio Carso» che chiude il primo atto della sua vita, si è ormai fuso e amalgamato nell’atmosfera di Firenze alla quale deve parte della sua formazione speculativa e critica. Il secondo atto si aprirà con lo studio di Ibsen, il poeta scandinavo che Slataper amava ancora dagli anni del liceo (infatti aveva fatto uno studio sul dramma «Quando noi morti ci destiamo»), e che avrà scelto per la sua tesi di laurea, e con questo si chiuderà. Chè lo avrà continuato a studiare ad Amburgo, ampliando la tesi di laurea e facendone una vera vasta opera critica. Sarà questa l’opera della maturità di Slataper che avrà raggiunto la sua pienezza di vita e l’appagamento della sua felicità di uomo nel dovere della famiglia e del lavoro. In Ibsen egli vide ancora una volta il poeta al quale poteva accostarsi, lo spirito fratello che cercava. I grandi problemi ibseniani lo invitarono a studiare e ad approfondire ancora i problemi dell’arte con i rapporti della vita umana, a riunire le discipline latine della critica e dell’espressione alla confusa opulenza del pensiero nordico che nessuno meglio di lui sentiva di comprendere. Voleva continuare ad attingere ed a nutrirsi alle sorgenti straniere ben cosciente e sicuro di ciò che formava in Italia il suo essere morale. Mirabile per la sottigliezza d’indagine, Scipio Slataper nella sua opera ha scrutato le disperate creature dei drammi ibseniani e il tempo in cui il loro autore le fece nascere, e i sentimenti, e le gioie e i dolori di cui egli si alimentava nei lunghi anni della sua creazione poetica e tragica. Ritrovò nelle opere ibseniane le tappe della vita dell’artista, considerando l’opera complessiva una precisa autobiografìa. Perchè in ogni creatura ibseniana: Falk, Rosmer, Gynt, Brand e Nora, Ellida e Hedda il poeta ha vissuto un giorno o un’ora o molto di più. E in queste Ibsen sentì lo spasimo spirituale, l’ardore di ribelle, la voluttà di potenza e il desiderio di liberazione. «Tutto ciò che ho scritto è in stretta relazione con ciò che ho vissuto intimamente — anche se non esteriormente. Ogni nuova opera, per me, ha avuto lo scopo di liberarmi e purificarmi lo spirito. Giacché non si è mai del tutto superiori alla società cui s’appartiene: vi si è sempre in qualche modo corresponsabili e correi. Perciò una volta ho proposto come dedica a un esemplare d’un mio libro questi versi: Vivere; è pugnare con gli spiriti mali del cuore e del pensiero. Scrivere: è tenere 'severo giudizio contro noi stessi, Ubsen, lettera del 16 giugno 1880). Questa lettera del poeta, Slataper la volle mettere nella prima pagina del suo libro di critica per preparare i lettori alla sua comprensione. E in questo pensiero v’è tutta la spiegazione della sua opera critica. Accostandosi a Ibsen con amore, chè nessuno studio Slataper poteva in- 1 aprendere senza che questo fiducioso istinto lo spingesse e lo legasse, egli a avuto per la sua opera la sicurezza della documentazione e il dono del-interpretazione.