300 FATTI, PERSONE, IDEE no, piccoli centri, ai margini di pascoli odorosi di salvia e di timo. Le case di queste frazioni, collegate fra loro da primitivi sentierucoli, mancando una carrozzabile, son in pietra. Spesso povere e rozze. Il selciato è chiaro e qua e là anche riluce. Pare che le case si sciolgano. Le case, si fondono spesso col paesaggio, con la terra. Ed hanno un sì preciso senso del limite della loro funzione, che quell’abbraccio stretto delle pietre, la solidarietà dei tetti, crean la necessità della loro immobile esistenza. La gente è attaccata al focolare, alle tradizioni, agli sgargianti costumi. La vita trascorre calma. Le vicende della giornata son sempre narrate con voce eguale, con le immagini che il loro linguaggio ha appreso dalla tradizione e che non ha perduto il valore poetico della prima invenzione. Le fontanelle han suoni infantili. Passan contadinelle con brocche di rame, poggiate sul capo, dove ancora fa da cuscinetto un bel ciuffo di capelli ed ondeggiano più il collo e le spalle, delle anche. Certa biancheria che pende alle finestre, confessa la sua povertà. Su un balcone una donna magra culla il figlio. Sembra sospesa nello spazio come un’immagine. V. Spesso le botteghe arbesane sono protette da una Vergine dai grandi occhi. Nelle pizzicherie regnan le spezie, fritture e frutta secca d’ogni specie. Appresso c’è un negozio di stoffe, che pecca di tutto fuorché di varietà. Il porto ha odor di carrube. Neri zoppoli, specie di barche scavate nel tronco di pino e rialzate agli orli, vi son allineati. Il porto è un gran palcoscenico che guarda timidamente gli uomini, che vi sostano e l’attraversano. Il venticello carezza i volti arsi di irrequietudine dei quattrocento pescatori. Al mattino e a sera, quando è popolato, il porlo assume la sua vera espressione. E rimane in assoluto dominio della sua gente. La sua semplicità è avvolta in un velo dorato. Dinanzi ad ogni soglia c’è un alito di speranza. Col volgere delle ore, l’intimità del porto svanisce ed assume un volto nuovo e forse la maschera. VI. Le insenature di Val Galzigna, di S. Cristoforo, S. Margherita, Capro-fonte, S. Eufemia sembran racchiudere un mistero. Il panorama è mutevole. Ove la grazia' cede all’orrido, si passa dalla scena in miniatura agli ampi orizzonti, ove cielo e terra si confondono sulle rive, dalle quali balzan allo occhio attonito gli artistici campanili, dai bronzi argentini, ma meno musicali della «Granda», la campana, che fusa dal buon Battista, col miglior metallo, quale pegno del suo amore, la Austria utilizzò per i suoi cannoni! Il concerto delle campane di Arbe è indimenticabile e suscita un desiderio d’infinito. Son come filo d’erba intriso di rugiada che in ogni stilla accoglie e riflette il sole. Forse l’amore turba le insaziabili vene desiose di buon sangue ancora. E forse è in nulla. Sperduto, cerco me stesso, nella sperduta vita d’ogni giorno e canti — talvolta —■ fìoriscon in una gioia di fughe immense e di ritorni. Verso il fondo di vai Campora, ove stan le saline di Montrina, in una vasta depressione, vanno come rondini al tramonto, sciami di fanciulle. Di contro al cielo azzurro, risaltano le loro bianche vesti, percosse dal vento, che aderendo ai morbidi corpi, vi effondono l’aroma caldo della giovinezza. Anche quando lo scirocco l’avvol-ve in una calda foschia, questa terra dal sangue italico, appare sempre bella. Le matasse cupe dei lecci mostran i loro fili disciolti. VII. Il rombo delle campane si dilata in lunghe onde sonore. Si propaga da valle a valle. Dai borghi circostanti fanno eco altre voci squillanti di bronzo. Si confondono in un solo coro. Distendono su Arbe una cupola d’invisibile metallo, che par comunichi nelle sue vibrazioni col cielo. La luce sembra inzuppata di sangue. Passa una folgore nera e stridente. Son rondini in cerca di cibo per i nidi nascosti.