UN OBLIATO GARIBALDINO GORIZIANO ANGELO MARZI NI Mai tanto, come nella primavera dell’anno 1866, s’erano accese le speranze dei goriziani in Giuseppe Garibaldi, per venir liberati dal dominio straniero. L’ansia repressa, per tema di persecuzioni e di soprusi, trovava sfogo nelle canzonette popolari, d’ignoto autore, nelle quali il nome di «Beppi», vezzeggiativo goriziano dell’Eroe dei due Mondi, di «libertà», agognata aspirazione dei popoli oppressi, e di sposalizio, inteso per auspicata unione alla Madrepatria, facevano capolino' nel testo cantabile, sotto il più innocente aspetto. Ecco tre, ricordate ancora da mia mamma: Son bela, son cara, Son tuta graziosa, Se Beppi me sposa, Felice sarò. Felici quei giorni, Che sposi saremo, La man se daremo Con più libertà. Cara Nina, fame un boleto, Che me piase l’alegria, Giorno e note in osteria A goder la libertà. Cara mamma, compatirne, Se qualche volta ve rispondo, La più bela cosa al mondo Maridarse a 'suo piaser. Cara Nina, fate i rizzi, Abandona i tuo pensieri, Xe già pronti i bersaglieri Qualchedun te sposarà. Mentre il canto, nelle tiepide notti primaverili, risonava, sotto i pergolati delle osterie suburbane, diffondendosi col tenue profumo dei mandorli in fiore, i patriotti goriziani — dopo il trattato d’alleanza offensiva e difensiva tra l’Italia e la Prussia, stipulato l'otto aprile e ratificato dalla Maestà del Re Vittorio Emanuele II, il giorno quindici, con cui veniva stabilito che l’Italia dichiarerebbe guerra all’Austria quando la Prussia avesse prese le armi — accarezzavano l’idea di rendersi in qualche modo utili alla Patria.