GIULIO CAMBER 255 sonno in men che non si dica amen erano resi inocui. La Tofana era nostra. Dopo di chè Giulio compilò un magnifico rapporto sull’uso fatto delle celebri scale per prendere le Tofane. Si, in Camber c’erano tante persone: e prima di tutto un poeta, ricco di sentimento e di forza espressiva. Poi un guerriero di razza, con la spina dorsale della sostanza delle Dinarjche. Camber era anche un compagno di gloria e di baldoria come pochi, per cordialità; e infine era anche un dottore in legge informato e sapiente. E quale umorista! Liquidava qualunque musone in una sola battuta. E nessuno tra noi sapeva illustrare la storia e la politica, come faceva lui. E noi tutti a bocca aperta ad ascoltarlo, godendo della sua intelligenza. Di tanto in tanto un certo nucleo di volontari si ritrovava. Dove c’era lui c’era il grande riso sano dei banchetti omerici, c’era il canto disteso dei soldati ebbri di gioventù e di amore. Faceva caldo allora intorno a lui. Parlava: e la sua parola allargava i cuori, anche a gli stitici. Poi intonava con voce sicura: «di qua, di là del Piave, ci stava un’osteria» — e tutte le altre voci facevano fiumana. Libero era il cuore di Giulio di ogni malizia; nè l’invidia mai lo sfiorò. Era cavaliere perfetto, era nobile per diritto divino. Era tornato dalla guerra con in fondo dell’anima una strana malinconia. Aveva cantato: «Simone, amico caro, purtroppo la guerra è finita. Che cosa ne faremo di questa nostra vita?» Fece l’avvocato, e fu dei bravi; sposò ed ebbe tre creature cresciute nella sua anima più che dal suo sangue. Fu un amico prezioso, un compagno gradito. Ma nell’esperienza della guerra egli aveva vissuto l’assoluto. Chi ha visto in volto Iddio, deve morire, ha sete deH’eterno. Perciò mai la vita quotidiana potè assorbire l’anima di Giulio, perciò in lui una tristezza insuperabile al di là degli amori, dei canti delle risa; perciò una segreta nostalgia di Dio, che lo portava al Vangelo, alla carità verso i poveri e i perseguitati, alla pietà per tutti. La sete dell’assoluto rivelò in lui il suo fondo mistico che egli nascondeva per pudore, un commovente pudore virile. Così arrivò alla preghiera, così arrivò a Cristo, senza poter mai spegnere l’interna inquietudine. Tutte le esperienze egli aveva fatte: l’amore delle donne, l’arte, la filosofia; aveva saputo vivere e godere degli uomini; ma nulla gli bastava. Egli non voleva essere nè un «lungimirante», nè un crepuscolare, nè un filosofo. Il suo uomo era l’eroe, che .. . «non pensò, non scrisse: la forza inesorabile dell’infinito, su quella luminosa via d’oro, attraverso il mare che lo attraeva con il fascino dell’ignoto e con la voce di Dio. E fu visto lanciarsi da l’alto e camminare sulle acque nella scia del sole». Questo è un suo mito. In questa persuasione egli visse i suoi anni umili tra noi. Nel ’35, Virgilio Giotti curò l’edizione delle poesie di Giulio Camber. Sono, l’ho già detto, il commento musicale delle, sue gesta di guerra; Del Croix ha scritto, che questi canti, sono «fra i più inspirati e significativi della nostra virtù e della nostra passione di popolo».