BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 131 dioso e vivace ritrattista dellTstria, sagace intagliatore di «profili» (e ricordiamo l’ammirazione suscitata da quello di Nazario Sauro, da quelli della serie «Gente di Dalmazia», dal recente Italo Svevo), buon novellatore e articolista. Ma oggi Ubaldo Scarpelli, dopo averci dato altra volta qualche saggio di poesia, ci dà una raccolta di liriche in cui ha messo tutta la sua anima di sognatore, di idealista, d’intellettuale convinto d’ogni più alto valore spirituale, in cui ha rip'etuto quel «vibrante», quel «fremente» ch’è tipico della sua personalità morale e anche fisica e che lo contraddistingue nel gruppo dei giovani, anche se non più giovanissimi, autori e artisti triestini, il gruppo dei «quarant’anni» che ha appreso prima della guerra mondiale e s’è espresso, affermandosi, dopo di essa. Lo Scarpelli di queste «Vibrazioni» è infatti ancora il concitato e il ribelle: concitato nell’espressione, ribelle agli schemi metrici e stilistici, alle imposizioni formali e sostanziali. Ed è forse appunto per questo che più ci piace la sua lirica, sfogo di un cuore e d’un cervello sovrasaturi, espressione d’un anelito ad un più perfetto modo di essere, d’un trascendente chiaramente intuito e sinceramente riconosciuto, d’una volontà tesa, d’una capacità d’amare con passione e con trepidazione, con i sensi e con l’ànima. Di questa capacità d’amare cosi, e di t'sprimere un tale amore, vogliamo qui dare un saggio, che vale ad un tempo ad esempio di tutta la poesia scarpelliana: è la lirica Sensazione, dedicata alla sua donna, Amalia: Sei una piccola cosa Graziosa; Sei armoniosa Come una composizione di luce E dì aria. Il tuo spirito, Che s'agita in un corpo musicale, E' plastico e puro Come una fiamma. Nel tuo cuore Di bimba romantica C’è una fantasìa di suoni E di colori Che si perdono in evanescenze trasparenti, Ove il sogno soltanto Può penetrare, Sicuro Di non turbare Il limpido specchio Della tua spiritualità. Naturalmente è in simili cose, del sentimento e della vita, che lo Scarpelli, co- me tutti, riesce meglio, chè il pensiero, la filosofia, per quanto spontanea immediatezza pur abbiano, stentano a lasciarsi far scorrere tra gli argini dei versi, vogliono la prosa anche quando accettano d’essere espressi in forma artistica anziché scien-tifica, ammenoché il poeta non li ricopra tutti della variopinta veste delle sue immagini. Ma nudi in poesia non vogliono essere. Sicché ci auguriamo di rivedere raccolte di liriche di Ubaldo Scarpelli, ma ci permettiamo di consigliargli di scriverle di fronte alla donna, all’amore, al paesaggi e ai momenti della natura, evitando di farlo quando la mente è intenta a lavori filosofici troppo concettosi per materiali in versi. E siamo certi ch’egli saprà e potrà così affermarsi anche nel campo della lirica, come ci assicurano le molte cose belle, profondamente sentite, compiutamente espresse e vive di indovinate immagini, di questa prima raccolta. Mario Pacor FERDINANDO PASINI - Umorismo leopardiano. I «Paralipomeni». - Ed. R. Università di Trieste - 1938. Habent sua fata libelli: la ragione per cui gl’italiani non leggono i «Paralipomeni» leopardiani, è in fondo, per l’autore, tutta qui. Per Italiani qui s’intende quello stesso pubblico che sa a memoria i «Ganti» e torna a sfogliare le «Operette morali». E Ferdinando Pasini enumera le circostanze che crearono lo sfavorevole destino del poemetto: la pubblicazione postuma e tarda e avvenuta Oltralpe — nel 1842 a Parigi — quando ormai la romantica e ansiosa Italia non conosceva che un unico e grande e infelice Leopardi: quello dei Canti. I «Paralipomeni» non presentavano del grande dolente che un’imagine ignota e deformata: furono messi da parte, come d’un caro scomparso si mettono in ombra debolezze e futilità. Poi simboli e allusioni storiche e politiche nel poema erano tutt’altro che chiare: e ormai superale dal corso rapido di eventi e di idee. Ognuna di queste ragioni era un ostacolo interponentesi tra il libro e la buona volontà del lettore. Tuttavia solo a queste ragioni esterne si deve la scarsa attenzione concessa ai «Paralipomeni»? La disparità eccezionale tra i vari giudizi che se ne diedero — dice giustamente il Pasini — non ci deve far troppa impressione, poiché quella