LA MOSTRA SINDACALE TRIESTINA i. La mostra delle provincie giuliane ebbe luogo quest’anno a Fiume, com’era giusto dopo tant’anni di permanenza a Trieste. I triestini però anche a Fiume, malgrado un apporto locale più ricco del solito, ebbero la predominanza consueta e per numero e per valore. Ma a Trieste non poteva mancare la tradizionale rassegna d’autunno. E questa s’è aperta ora nelle sale della Galleria del Corso, sempre signorilmente preparate ad accoglierla. Sono in buona parte pitture sculture e disegni di ritorno dalla città del Carnaro: ma altra cospicua serie di opere è venuta a mutare il complesso fiumano o ad accrescerlo. E’ dunque, si può dire, questa una mostra nuova. E’ formata da due gruppi: non distinti, diciamolo subito, per ragioni di tendenza o di valore, ma soltanto da contingenti ragioni d’illuminazione. Nel salone terreno infatti vennero prevalentemente collocate le opere che meglio richiedevano la luce naturale: e, nelle tre sale superiori, quelle che meglio sopportavano l’artificiale. Che poi il criterio sia stato rigorosamente seguito, non direi: chè, ad esempio, ci sono fra gli altri i dipinti del Rossini e del Bergagna che nella impropizia illuminazione di sopra sono non solo danneggiati ma quasi irriconoscibili. Eppure tanto l’uno che l’altro pittore presentano un terzetto di opere che sono del loro solito alto livello: il Bergagna tre quadri di fiori, il Rossini tre paesaggi: due dei suoi suggestivi parchi e giardini e una marina ch’è d’una potenza evocativa assai rara. E’ un mare battuto dalla pioggia e dalla tempesta, cui un nudo molo laterale fiancheggiato da un nudo livido muro e una barca abbandonata in primo piano danno un senso di spettrale poeticissima desolazione. E i fiori di Vittorio Bergagna hanno il soave richiamo delle umili cose che sanno parlare un linguaggio gentile; fiori nell’intimità della casa, fiori entro l’ottocentesca campana di vetro, fiori sul davanzale d’una finestra disputanti nella garrula voce con la sonorità del verde ch’entra dal riquadro aperto. Stile delicato, modulato a squilli d’uno smorzato acuto, in uno sfarfallio quieto di guizzi grigi e argentini. Per contrasto, da questi due poeti del semitono balziamo al gran signore del colore pieno, rutilante, tutto salute e gioia. Tutti sanno che qui si parla di Adolfo Levier. Il quale ha qui uno dei suoi soliti poderosi ritratti,