32 PIERO STICOTTI (3) Non erano pochi i volontari giuliani della campagna del Trentino: fra questi i Triestini superarono il centinaio. Vedi P. Sticotti. «La Regione Giulia nelle guerre per l’indipendenza» (in «Pagine di passione giuliana», Trieste, 1932). (4) A pag. 145 e segg. della Memoria del Donaggio è riportata la copia dei documenti da- lui ricevuti da parte del Ministero della Guerra e del Corpo Invalidi e Veterani : la menzione onorevole per essersi battuto valorosamente e spingendosi innanzi rimaslo prigioniero nel fatto d’armi di Bezzecca; la medaglia di bronzo al valor militare: la medaglia a ricòrdo deH’Unità d’Italia 1848-1870; il congedo; la medaglia commemorativa delle guerre combattute per l’indipendenza e l’unità d’Italia. Nel 1899 ricorrendo il 33.o anniversario della battaglia di Bezzecca il Donaggio scrisse una lettera patriottica al Generale Menotti Garibaldi, che gli rispose con le parole; «Al compagno carissimo Rodolfo Donaggio, che gli ricorda Trieste, invia un saluto il sempre suo Menotti Garibaldi». (5) Domenico Rossetti intorno il 1820 aveva fatto venire questo tipografo da Firenze: Il Marenigh piantò tipografia a Trieste per stampare l’Archeografo Triestino. Egli era nativo di Lubiana; l’ultimo dei suoi figli collaborava all’Osservatore Triestino. (6) Il giornale «La Sferza» di scienze, lettere, arti e commercio, diretto da Luigi Mazzoldi, bresciano, usci negli anni 1850-1857 a Brescia (annata I-VIII) ; poi dai numero 40.o deli’VIII anna‘a fino a tutto il 1858 (annata IX) a Venezia; da ultimo fu trasferito a Trieste, dove cessò le pubblicazioni con la morte del Mazzoldi, avvenuta qui nel gennaio del 1861 in seguito a vendetta politica. Alessandro Mau-roner, padre del garibaldino Leopoldo, ne assunse poi, non sappiamo per quanto tempo, la redazione. In quel torno di tempo il Donaggio lavorava «alla cassa» accanto al tavolo dove il Mazzoldi scriveva per la sua «Sferza» e potè notare come egli volentieri famigliarizzasse con gli operai e si mostrale di un’esagerata cortesia e generosità, certo al fine di entrare nelle loro buone grazie e di carpire rivelazioni per i suoi loschi fini: anche si meravigliava il Donaggio, che egli tenesse sempre sulla scrivania una pistola a due canne. Come ragazzo di tipografia il Donaggio aveva l’incarico di portare all’abate Paolo Tedeschi nell'ufficio di redazione del suo giornale «Il Buon Fratello» (giornale religioso-morale, di cui uscirono soltanto quaranta numeri, dal 29 gennaio al 30 dicembre del 1860) il pacco dei giornali. Il Tedeschi se ne rammentava molti anni appresso in una lettera che scrisse al Donaggio da Lodi il 28 gennaio del 1899: «Anzitutto grazie della Sua buona memoria. Ella mi ha richiamato alla mente tempi e luoghi e circostanze carissime della mia gioventù. Bicordo sempre la Tipografia Amati, vicino al Fontanone della Zonta. il Mazzoldi, Dio gli perdoni, e lo svelto giovincello che mi portava a casa le bozze di stampa. Poiché ha desiderio di avère qualcosa di mio, Le spedisoo due copie dì versi stampati recentemente a Venezia, un opuscolo di genere letterario e politico e le Macchiette dell’emigrazione veneta, Dell’Oga Magoga, edita a Milano, non ho più alcuna copia disponibile. Ella fa benissimo a ricordare ai giovani i tempi passati, nei quali noi vecchi abbiamo mostrato di avere sangue nelle vene. Anche voglia tenermi vivo nella mente dei giovani e dire a tutti, che sono io pure triestino e non capodistriano, come molti credono. Nato da madre Iriestina e padre friulano in Via Carin-tia nell’anno 1826, per la morte del padre passai fanciullo di dieci anni nel Friuli presso uno zio, fui poi per dieci anni a Capodistria, quindi in patria dal '60 al ’66, anno in cui fui mandato dal governo austriaco in esilio. Mantenete vivo il fuoco dell’amore di patria . . .». Un giorno il Donaggio incontrò all’angolo della Via San Nicolò il Mazzoldi tutto ansante, e accalorato con in mano un esemplare del «Buon Fratello»; come ebbe scorto il ragazzo, gli gridò che quel numero (forse era il n. 37) era sequestrato; il Donaggio non gli badò e filò per la sua strada con il pacco sotto il braccio: raccontò poi il caso occorsogli al Tedeschi, che ne rise: indubbiamente, pensò il Donaggio, il Mazzoldi, il quale aveva allora tanta autorità da fare a Trieste quasi da commissario e da censore di polizia, stava recandosi in auestura a denunziare il sequestro di quel numero del giornale. Il Mazzoldi, sempre secondo il racconto del Donaggio, abitava al terzo piano d'ella casa Parisi in Via Vienna, che aveva una scala a chiocciola. Fu 11 che venne affrontato da due uomini robusti, che lo tempestarono di percosse e lo rotolarono giù dalla scala riducendolo in. fin di Aita. Questa dovrebbe essere la versione più esatta della