258 BIAGIO MARIN «Eravamo avvolti nel fumo, la polvere ci briacava, le case erano torce nell’ultima sera d’Oslavia». E si sferra l’attacco. Di fronte al sergente Perna, il napolitano piccolino, s’erge, «più grande di un granatiere», un austriaco. «E tosto anche l’austriaco si curvò come quercia dal tronco forte, nodoso, schiantato dalla bufera». E la chiusa del poemetto così grave di angoscia: «Oslavia, tomba sinistra, di tanti battaglioni la «Lombardia» ti prese. Oslavia borgo sperduto, nessuno ti conosceva, ed oggi le madri e le spose di tanti paesi ti sanno. Tomba di giovinezza: cimitero di battaglioni, Oslavia, nome oscuro, come la nebbia d’ottobre!» Seguono nella raccolta, le «Istantanee della Buffa». Anche questi versi sono innanzi a tutto documenti dell’umanità di Ghilio. Con che cuore guardava ai suoi soldati, con quale amore ne annotava le virtù, con quale amabile umorismo, i difetti. Quanta Italia viva, verace in questi brevi schizzi, e che popolo caro e amabile ne risulta. Quel soldato Fracasso, prototipo del nostro umile contadino, che richiesto, come va, risponde sempre sereno: «Minga mal!», ed è sempre pronto... «di morire per la patria... nella guerra, nella pace, per la terra, travaiando notte e dì, ed a dire: «Mei che insci!...», Non poteva essere rappresentato più vivamente di così. Ma sulle vive battute di quel discorso, c’è una divina tristezza. E’ essa il profumo della poesia di Giulio Camber. Questa tristezza, che a volte s’attenua in melanconia, è distesa su ogni parola di Camber, anche sulle sue risate. Leggetele queste poesie: incontrerete Fermi Tranquillo della classe ’89, cuoco dei barnabiti, che una sola paura aveva, che in cielo i Santi non mangiassero pasta al sugo rosso di pomidoro. Incontrerete il sergente Schiappatini, che non si muove dal suo posto, che è sfinito dalla fame e muore di sete, ma attende paziente l’ordine scritto per poter ritirarsi; sentirete il sospiro del soldato Pellegrini espresso «col suo accento dolcemente veronese»; vedrete il sergente Calabria, cadere come l’annunziatore di Maratona, davanti al suo tenente. Nell’episodio del Podgora, che canta l’attacco al Fortino e la morte di Enrico Elia, è bellissima la canzone di Lavezzari, il vecchio garibaldino, che riceve dal Generale, l’ordine di portare la sua bandiera sul Podgora.